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CIRCOLO ACLI FERRIERE (CHIAVARI). NELLE AREE INTERNE SI SPERIMENTA: CON IL CIRCOLO ACLI DI LUMARZO CHE DIVENTA “COSTOLA” DEL CIRCOLO DI FERRIERE L’AGGREGAZIONE RADDOPPIA

Ferriere è una frazione del territorio sparso di Lumarzo, comune che ha individuato la sua sede proprio nella piccola frazione, tra le tante. La frazione Ferriere dista quasi ottanta km da Chiavari e altrettanti da Genova: un territorio diffuso dell’entroterra ligure, a vocazione prettamente agricola. Giovanni Alignani è il presidente del Circolo Ferriere di Chiavari, subentrato poi nel consiglio provinciale nell’arco degli anni; c’era bisogno di una mano e lui ha risposto prontamente, ma essendo un medico, non nasconde le difficoltà di un impegno coinvolgente come quello assunto nelle Acli.

“Quello che posso raccontare”, dice Giovanni, “è che il Circolo è nato nel 2001, quando il Comune si è dedicato a costruire la sua sede e ha riservato uno spazio per le Acli, insieme ad un bocciodromo all’aperto”.

Siamo in un contesto di campagna nell’entroterra ligure, in un piccolo comune. L’importanza di questo Circolo è dovuta certamente al fatto di essere l’unica realtà, di queste zone, in grado di aggregare le persone e tenerle insieme. Non può mancare la presenza di un bar e di un luogo dedicato al gioco delle carte, una sala biliardo e un bocciodromo, come si diceva, che conta quattro campi al coperto. Al piano superiore abbiamo degli spazi polifunzionali, poi la cucina e la zona adibita alla segreteria. Negli spazi polifunzionali organizziamo una scuola di ballo, insieme a qualche altra attività. Trovandoci in una zona rurale con molte frazioni, la chiesa è in una frazione separata a qualche km di distanza da noi; così abbiamo messo a disposizione uno spazio dove il prete può venire per la messa, di solito il sabato, una volta la settimana. Sembra un po' una “messa da campo”, allestiamo tutto ogni volta per le persone anziane che non hanno l’auto, oppure faticano a spostarsi. Il nostro Circolo è vicino alla strada statale.

Qualche tempo fa il Comune ci ha dato in gestione un altro Circolo Acli, che si chiama Bungalow: si trova nel paese di Lumarzo, sotto i duemila abitanti, o meglio lo stabile è a Ferriere, una cosa un po' strana in effetti, ma Lumarzo si trova altrove. Ferriere è un paese di neanche 50 abitanti, ma più centrale rispetto alle diverse frazioni del comune di Lumarzo. Quindi il “Bungalow” è una sorta di sede distaccata del nostro Circolo Acli Ferriere. Anche qui c’è un bar ed una sala, che ogni tanto viene affidata per le cerimonie su richiesta. Con questo secondo Circolo, mettiamo a disposizione gli spazi per la Proloco, la Croce verde, ed altre realtà, laddove può essere utile il nostro contributo. Tuttavia, la collaborazione con altre organizzazioni e associazioni qui non è molto semplice, il paese è chiuso e la mentalità non favorisce gli scambi.

Il Circolo Bungalow è annesso ad un parco comunale, con uno spazio aperto con giochi per bambini e si occupa di tenerlo in ordine, della sorveglianza, e altre attività di gestione. Ha poi un campo di bocce aperto, anche se viene utilizzato poco, inoltre gestisce il campetto di calcio comunale che si trova nei pressi della sede del Circolo, per conto del Comune. Dalla Riviera o da altri paesi dell’entroterra vengono da noi, ai due Circoli, uniche realtà presenti, con campi da bocce. Abbiamo una funzione essenziale di tipo aggregativo e ricreativo, considerando anche l’elevato numero di persone anziane presenti nel nostro territorio.

Quali attività avete realizzato nel tempo?

Insieme al comitato fiera Ferriere organizziamo una castagnata, con orchestra e balli, sotto il profilo del supporto alla realizzazione di questi eventi ci sono sempre volontari disposti a darci una mano. Prendersi poi un impegno più duraturo è difficile per le persone, non si cimentano. In passato abbiamo promosso un incontro organizzato dal nostro Circolo Acli Ferriere, in collaborazione con un'associazione genovese, che si occupa di salvaguardia del territorio. Questo momento si è concentrato sulla spiegazione dell'uso delle motoseghe in completa sicurezza. Questa idea nasce dalle esigenze legate alla coltivazione della terra, considerata la caratteristica rurale dei nostri luoghi. Forse si potrebbe pensare alla realizzazione di altri incontri per parlare di altri strumenti, utensili e macchinari agricoli. In passato ci siamo sperimentati anche nella creazione di spazi espositivi per i disegni dei bambini delle scuole elementari, insieme alla collaborazione di un amico pittore; non una gara, non volevamo la competizione, ma intendevamo creare un contesto per poter ammirare le opere dei bambini e dargli il giusto riconoscimento. Si riusciva, in questi casi, ad ottenere dei contributi che venivano devoluti alla scuola, per sostenere le sue attività. Per un po' di anni siamo riusciti nell’intento, in seguito, questa collaborazione con l’istituto scolastico si è interrotta. Questa è stata una breve parentesi. Poi, puntando alla popolazione che è un po' avanti con gli anni, ci siamo incamminati sull’organizzazione dei campionati nazionali di scopone scientifico e sulle gare di bocce, coinvolgendo alcune squadre locali per i tornei. Dobbiamo constatare con dispiacere che l’attività delle bocce sta perdendo terreno; quindi, dovremo fare una riflessione su come riadattare questi spazi in futuro.

CIRCOLO ACLI “PADRE PINO PUGLISI” (PALERMO). UNA VOCAZIONE EDUCATIVA CHE SI ESPRIME NEI QUARTIERI A “RISCHIO” AL FIANCO DEI BAMBINI E DEI DETENUTI.

Il Circolo ACLI “Padre Pino Puglisi” nasce per ispirazione di un gruppo di volontari del Centro di Accoglienza Padre Nostro, il 15 settembre 2004, e diventa associazione delle Acli nel 2006. Svolge la propria attività associativa e di promozione sociale, per dare vita ad una esperienza associativa di servizio e assistenza alle persone, all'interno delle ACLI, nei quartieri “a rischio” di Palermo come Falsomiele, San Filippo Neri e Brancaccio. Abbiamo chiesto a Domenico, detto Mimmo, De Lisi, il suo presidente, di ricostruire le tappe di sviluppo del Circolo, tratteggiandone i passaggi principali.

Il vostro Circolo, Mimmo, costituisce un’esperienza importante nel territorio palermitano, in funzione anche dei luoghi in cui è nato? Cosa puoi raccontarci?

La nascita di questo Circolo segna una fase di svolta delle Acli qui a Palermo, dopo il commissariamento, il primo seme a germogliare nel territorio è proprio il nostro Circolo. Dall’Associazione fondata da Don Giuseppe Puglisi, il Centro di accoglienza Padre Nostro, un nucleo di volontari vicini alle Acli, sono spinti dal desiderio di affiancare le attività del Centro a quelle delle Acli. Nella mia persona si esprime questo legame, oltre ad essere presidente del Circolo, io sono anche vicepresidente del Centro di Accoglienza, inoltre, molti operatori del Centro sono soci delle Acli. Ci riconosciamo nei principi e nella missione del Centro, il cui spirito è condiviso dai valori e dalla sensibilità delle Acli: un legame indissolubile con il messaggio di Padre Puglisi. Alcune persone di riferimento del Circolo hanno assunto anche delle cariche all’interno della dirigenza delle Acli provinciali di Palermo, nel settore giovanile, nell’ambito delle Acli donne, ecc. testimoniando un impegno nelle Acli più ampio e il valore del Circolo stesso per l’Associazione. Quindi, il Circolo opera nel territorio sviluppando le sue attività: organizzando iniziative sportive nel centro sportivo del quartiere Brancaccio.

Al momento, centrale è il lavoro che svolgiamo per la gestione di uno spazio gioco bambini di età variabile dai diciotto ai trentasei mesi, che si trova all’interno di una struttura accreditata e ubicata nel quartiere limitrofo a Brancaccio, il quartiere Guadagno: un’altra realtà difficile bisognosa di un presidio. In questa maniera offriamo alle famiglie la possibilità di accudire il bambino, aiutandolo nella crescita, e ai genitori l’occasione di svolgere serenamente il proprio lavoro. Siamo giunti alla seconda annualità di questo progetto, realizzato in partenariato con altri enti che hanno sede a Perugia e a Mantova: la Cooperativa dei bimbi è il capofila ed il finanziamento è di Impresa sociale “Con i bambini”, noi abbiamo aderito attraverso un bando nazionale, appunto di qualche anno fa.

All’interno dei nuovi spazi, le attività svolte saranno principalmente quelle di accudimento, controllo dei bisogni primari e educazione al gioco. Gli obiettivi sono quelli di favorire lo sviluppo percettivo e delle attività motorie, delle abilità cognitive, delle capacità comunicative e del linguaggio, lo sviluppo emotivo e le capacità di socializzazione con i pari e con gli adulti. 

Dal lunedì al venerdì, dalle ore otto alle ore 14, accogliamo circa venti bambini, per cercare di rispondere alla carenza di servizi di asili nido, una criticità evidente non solo nei quartieri a rischio, ma nel territorio di Palermo tutto. Le strutture sono molto poche e la lista di attesa molto lunga, anche se noi cerchiamo di sopperire alle necessità, proponendo un servizio paragonabile ad una sorta di micronido. Abbiamo una lista di attesa anche noi, tanta è la richiesta, ma purtroppo dobbiamo fare i conti con la capacità di accoglienza della struttura e con le nostre disponibilità. Si cerca di fare il possibile, forniamo anche un piccolo pasto. Le operatrici impiegate nel servizio sono tre e lavorano anche con bambini che presentano diverse problematiche, alcuni segnalati dai servizi sociali. Non siamo grandi, e questa è l’attività più strutturata che abbiamo e che ci impegna molto. A questo si aggiungono delle iniziative che portiamo avanti regolarmente. Collaboriamo alla programmazione dei fondi del progetto Azioni, con i fondi cinque per mille, destinati alle Acli Palermo. Il nostro è un approccio più spostato sul versante educativo e della solidarietà e non abbiamo attivato i servizi Caf e Patronato al nostro interno; non abbiamo ancora questa capacità, ma abbiamo sviluppato più una capacità progettuale e aggregativa. Proprio perché ci riconoscono questa competenza, le Acli Palermo ci chiedono un supporto per sviluppare le iniziative sul cinque per mille. Quest’anno, ad esempio, abbiamo promosso un’attività interessante con questi contributi, rispetto alla quale siamo partner, in collaborazione con Acli Palermo, per realizzare dei murales nel perimetro del quartiere di Brancaccio, valorizzando le diverse frasi pronunciate da Padre Puglisi. Nel progetto sono stati coinvolti degli artisti e i nostri bambini, con le mani tinte di colore, poggeranno la propria impronta, a testimonianza della partecipazione al lavoro.

In passato con dei fondi legati alle politiche giovanili abbiamo promosso anche un progetto rivolto ai giovani di cui eravamo capofila denominato “Sì ma verso dove”.

Questa esperienza con i bambini ha trovato altri ambiti di espressione?

Sì, quella che possiamo definire in continuità è un’altra area di impegno del nostro Circolo, che si ispira agli stessi presupposti dello spazio gioco con i bambini. A partire dal mese di gennaio del 2024 hanno ripreso a pieno regime le attività promosse a sostegno della popolazione detenuta e della genitorialità all’interno e all’esterno dell’Istituto Penitenziario - Casa Circondariale "Pagliarelli - Antonio Lo Russo" di Palermo. Le attività si integrano con il Progetto Pedagogico dell’Istituto, promosso dal nostro Circolo Acli Padre Pino Puglisi nell'ambito del progetto PePaMa, finanziato da "Con i Bambini" Impresa Sociale, e in collaborazione con il Centro di Accoglienza Padre Nostro, rispetto al Progetto-Laboratorio "Sciatu" arte e narrazione di sostegno alle relazioni familiari della popolazione detenuta. Il Laboratorio "Sciatu", sulla genitorialità in carcere, prende vita dal termine "Ciatu miu", espressione tipica siciliana che sta ad indicare letteralmente "sei il mio fiato". Il disegno, la musica, la poesia, il gesto artistico, la recitazione, la fotografia, il montaggio di un video, una canzone costituiscono azioni che fungono da ponte che unisce. Abbiamo scelto di utilizzare dei linguaggi attraverso i quali i cittadini detenuti possono mantenere un contatto con i propri familiari e, allo stesso tempo, offrire l’opportunità alle famiglie di manifestare la propria vicinanza. Sono stati organizzati dei laboratori con i detenuti segnalati dall’Istituto Penitenziario, coinvolgendo degli esperti specializzati nella promozione di percorsi psico-educativi e artistico-culturali rivolti a fasce di popolazione considerate "vulnerabili", lavorando su delle tematiche individuate, per poi realizzare, alla fine del percorso, un "elaborato" esclusivo, in grado di raccontare storie ed esperienze vissute dentro e fuori dall’Istituto detentivo. Ad esempio, a luglio, il 23, è stato presentato un docufilm, frutto dei laboratori esperienziali; la presentazione durante l’estate non è un caso, piuttosto è un momento utile anche per alleviare la tensione nel carcere. Le famiglie entrando nell’Istituto hanno potuto condividere il lavoro. Una camera ha ripreso le attività che i detenuti hanno condotto all’interno del carcere, mediante i laboratori di musico-terapia o grafica. Si sono svolti due incontri in tutto con le famiglie. Inoltre, sono state realizzate delle proiezioni esterne rivolte solo ai detenuti. Un tentativo di allargare l’iniziativa è stato fatto anche con l’Istituto Ucciardone che, negli ultimi tempi però, per motivi propri non ha potuto ospitarci.

Il legame che vi unisce alle Acli?

Citerei il valore più profondo che è quello della solidarietà e dobbiamo ricordare che siamo intrinsecamente legati alla memoria di Padre Puglisi; siamo in simbiosi con una storia, un’esperienza che incarna lo spirito delle Acli. Il Circolo nasce con l’idea di mettersi attorno al simbolo delle Acli, realizzando azioni nel nome delle Acli, testimoniando un significato che porta un valore aggiunto al territorio. Tanti presidenti nazionali delle Acli ci sono stati vicini e ci sono venuti a trovare, manifestando attenzione verso il nostro lavoro. Quello che contraddistingue il nostro Circolo è fare qualcosa per il territorio nella modalità in cui ci ha insegnato Padre Puglisi, il suo martirio, il suo messaggio ha dato vita a delle realtà in questo territorio, che altrimenti non ci sarebbero state, animando un gruppo di persone disposte a spendersi per la comunità. Ognuno fa qualcosa, ma parliamo di un impegno in un’ottica di sistema con le Acli.

CIRCOLO ACLI CADIDAVID (VERONA). LA FESTA DEI POPOLI E L’ASCOLTO DEL TERRITORIO: SENSIBILITA’ E ATTIVISMO PARLANO UN LINGUAGGIO AL FEMMINILE

Un’altra tappa, questa volta a Verona, con Luisa Nella Isolani, la presidente di un Circolo Acli pieno di sorprese, il CadiDavid. Un Circolo longevo che trova nuova linfa vitale con l’inserimento di un gruppo di donne capaci di fare la differenza. Il ricordo di Luisa sui primi anni non è nitido, ma lei prova a raccogliere i pensieri:

“Forse le mie affermazioni avrebbero necessità di alcune conferme, ma credo sia possibile collocare la nascita del Circolo una cinquantina di anni fa, tra le prime realtà di questo tipo, a seguito della necessità di dare risposte concrete alle esigenze dei lavoratori. Il Circolo ACLI Cadidavid è stato fondato nel 1946 e si è costituito formalmente il 5 dicembre 2002, come associazione di promozione sociale per perseguire scopi di organizzazione e gestione di attività culturali/ricreative di interesse sociale e di promozione e tutela dei diritti umani, civili e sociali. Al momento della fondazione, nella nostra zona, erano presenti delle aziende, forse nessuna forma di tutela sindacale, pertanto, emerge con forza la questione dell’assistenza e della difesa dei lavoratori e delle battaglie di carattere sociale che interessano i temi del lavoro. Il Circolo se ne fa carico. Io non ero presente in quella fase storica e posso, parlarne, per sommi capi. Però so che c’è stata una forte spinta, un grande desiderio alla base di questa nascita e, tante persone che, nel tempo, si sono avvicendate. Per un periodo è stato molto frequentato”.

Avvicinandoci, invece, alla fase in cui tu hai avuto modo di intrecciare le vicende del Circolo, cosa puoi raccontarmi?

L’impulso iniziale allo sviluppo del Circolo, quando io l’ho conosciuto, ha coinciso con l’opportunità di svolgere la dichiarazione dei redditi, grazie anche all’attivismo del presidente che contattava individualmente le persone. Quindi i servizi di Caf e di Patronato Acli sono stati il primo motore e alcuni di noi come volontari si recavano dagli interessati, per supportarli nello svolgimento delle diverse pratiche. Un gruppo era attivo su questo accompagnamento sociale, ma ben presto, addentrandomi meglio nel mondo delle Acli, ne ho compreso le potenzialità. Le Acli erano qualcosa che andava ben oltre la raccolta delle adesioni al Circolo di casa in casa, oltre il disbrigo delle questioni burocratiche, ma rappresentavano l’opportunità di ascoltare e raccogliere i problemi delle persone. Noi eravamo un veicolo di contatto importante con la gente, un punto di riferimento che superava l’erogazione del servizio in sé, seppure utile. Io e alcune amiche ci siamo mosse in questa direzione, volevamo provare a dare un contributo diverso. Quello era il periodo in cui anche i Giovani delle Acli erano molto attivi sul territorio. Avevano organizzato un intervento centrato sulle questioni della guerra in Kosovo e noi li abbiamo supportati per la stampa delle magliette dedicate e per la raccolta di indumenti a sostegno delle vittime. Portavano gli indumenti al Circolo e poi li consegnavano.

Abbiamo cambiato varie sedi: per un periodo siamo stati ospitati anche dagli alpini, una volta. C’era un gruppetto di persone del Circolo che si riuniva a casa di qualcuno per intrattenersi con discussioni politiche e confrontarsi su temi di attualità, che cambiavano di volta in volta. Si incontravano regolarmente con momenti di preghiera e poi riuscivano anche ad organizzare qualche gita. Parliamo degli anni ’80. Io svolgevo il ruolo di operatrice e socia del Circolo: la presidenza in passato, ad un certo punto, decise di introdurre, delle donne, nella consapevolezza che con la propria sensibilità potessero creare delle relazioni positive con le persone, alimentando il patrimonio di contatti e di scambi attorno alle iniziative che si realizzavano. Queste donne siamo noi, il nostro gruppo. Infatti, oggi ancora ci occupiamo di informare le persone sui servizi territoriali e sulle attività che vengono svolte, come Acli, a tutti i livelli. Non siamo delle super esperte, ma ci proviamo. Questa è stata un’intuizione strategica che funziona ancora.

Da quando sono presidente io, abbiamo realizzato anche degli incontri sulla storia delle Acli, o delle Acli di Verona, attraverso dei filmati che io ho recuperato. Sono presidente da otto anni ormai. Nel frattempo, sono nate anche altre realtà associative oltre a noi, allargando la presenza, e, il Circolo oltre a delle attività consuete, come quelle a cui mi riferivo prima, si occupa di allestire iniziative pubbliche su temi differenti: in occasioni delle elezioni amministrative, oppure sull’energia, ecc..

Quali collaborazioni avete costruito nel territorio?

Una stretta collaborazione intercorre tra noi e i gruppi su Verona che si occupano della marcia per la pace “Perugia Assisi”, raccogliendo un bel numero di persone. Ovunque si parli di pace, cerchiamo di essere presenti. Una delle realtà associative "Fossa Bova" che è nata qui nel nostro territorio, non aveva possibilità di trovare una sede, così abbiamo deciso di ospitarla nel Circolo, nel paese. Si occupa di ambiente ed è l’artefice della bonifica di Fossa Bova. Inoltre, cosa molto importante, collaboriamo con il centro di ascolto della Caritas, discutendo di alcuni casi che riguardano famiglie in stato di necessità e che si recano al nostro Circolo alla ricerca di aiuto. Noi donne del CadiDavid fungiamo come centro di ascolto, di distribuzione di informazioni, di accoglienza delle richieste di supporto. Vengono da noi alle ore più disparate, presentandoci il proprio caso: possiamo funzionare come rete di scambio, ad esempio, qualche volta vengono a chiederci una badante, e collaborando con i centri di comunità possiamo offrire delle risposte. I centri di comunità sono dei centri anziani riadattati, dove possono andare tutti, all’interno degli stabili del Comune. Impiegano un gruppo che gestisce molte attività. Noi ne facciamo parte, nella misura in cui sono realtà costituite in rete con diverse associazioni, con un capofila. All’interno trovano spazio diverse iniziative di cui cito il progetto “scuola di italiano per stranieri”, che coinvolge principalmente donne, noi facciamo parte di questa progettualità. Abbiamo raccolto delle volontarie e ci occupiamo di fare le baby-sitter per i figli delle donne impegnate nello studio. Abbiamo pensato che, anche in presenza di un genitore che possa tenere i bimbi piccoli, questi ultimi resterebbero chiusi in casa, invece, insieme a noi avrebbero avuto l’opportunità di fare pratica anche con la lingua, e trovare uno spaio dove giocare non lontano dalle madri. Collaboriamo con l’istituto statale che si occupa della scuola serale per adulti e con il CESTIM, centro studi sull’immigrazione, un’esperienza veronese, volta all’integrazione degli immigrati; loro hanno gli inseganti e mettono insieme alcuni stranieri che vogliono apprendere l’italiano. A noi vengono affidati i bambini dalle mamme, che con il nostro intervento, possono frequentare i corsi di lingua e acquisire il livello necessario per ottenere il permesso di soggiorno. Adesso non sono partiti i corsi, a causa delle poche adesioni e del numero esiguo di insegnanti, ma a febbraio riprendiamo. Con questo progetto abbiamo raccolto molti volontari tra gli ex insegnanti, ad esempio, ora in pensione, che proseguono l’attività di insegnamento a supporto dei bambini stranieri che vanno alle elementari. In aggiunta, collaboriamo ad un progetto per i bambini in Brasile, attraverso una raccolta fondi da devolvere ad una organizzazione che si occupa di questo.

Non finisce qui. Siamo giunti ormai alla diciottesima edizione della “festa dei popoli”, che organizziamo insieme ad un comitato composto da realtà diversificate del territorio, dove dentro si trova la parrocchia, il gruppo missionario e altre organizzazioni private e anche singoli. Proponiamo un tema in particolare, come una volta è stato il corso di cucina tenuto da tre giovani provenienti da paesi diversi, e dura in tutto una mezza giornata questa iniziativa.

Qual è la caratteristica prevalente che vi riconoscete e che pensiate vi dia una marcia in più nel vostro territorio?

Abbiamo un piccolo ufficio al Circolo e incontriamo quotidianamente persone che vengono per parlare, sottoponendoci le criticità più disparate. Questo riteniamo sia il modo di essere Circolo sul territorio: rappresentare un riferimento per l’ascolto, un porto sicuro. Siamo tutte donne pensionate e volontarie questa è la forza del Circolo, l’aspetto che ci differenzia e ci offre uno sguardo più ampio sulla realtà territoriale. Non si riesce a coprire tutte le esigenze, ma non ci perdiamo d’animo. Come presidenza adesso siamo 11 e ci sono 4 maschi. C’era bisogno di questa sensibilità, di una capacità pratica e di cura che contribuisca ad una più ampia conoscenza del contesto, grazie ad con un approccio relazionale. La mia presidenza ha dato forza a questa peculiarità, quindi.

Com’è il vostro rapporto con le Acli e cosa significa per voi questo incontro?

Per noi, e le mie compagne di viaggio me lo ricordano sempre, essere Acli è una questione di stile. Non si limita al buongiorno quando accogli la persona, ma è saper mostrare interesse e praticare la cura, volere il loro bene. La gente deve sentire che possiamo lavorare insieme, anche con altre realtà e non in competizione: spesso arrivano arrabbiati, sentono di aver subito un’ingiustizia, ma devono capire che le Acli hanno uno stile diverso, perché facciamo nostro il problema dell’altro. Vogliamo creare un ambiente familiare fondato sul rispetto.

Grazie al fatto che io sono in Acli da 45 anni, conosco i vari passaggi, le figure del sistema e abbiamo ottimi rapporti con l’ufficio progetti qui a Verona delle Acli. Ci supportano sulle iniziative e anche sugli aspetti burocratici. Sento che siamo con le spalle coperte. Ho un buon rapporto, molto sincero: non manco nel dire quello che non condivido. La relazione con gli altri circoli del territorio è, invece, una piccola nota dolente: il nostro Circolo ha più volte espresso la necessità di una maggiore conoscenza e integrazione. Comprendiamo la difficoltà, un percorso del genere era stato avviato e poi si è interrotto, ma non deve essere abbandonato. Però il desiderio fra circoli c’è, è necessario individuare delle modalità, affinché questo scambio sia più frequente. Per il primo maggio riusciamo a fare delle attività insieme. Serve di più.

LE CONTRADE DI PROPEZZANO (ASCOLI PICENO). UNA NUOVA SEDE E IL PROTAGONISMO DI UN GRUPPO DI GIOVANI: IL SEME DELLA RINASCITA DELLE ACLI A MONTEGALLO

Ad un’ora da Ascoli Piceno esiste uno spazio nuovo, che poggia le fondamenta sullo spirito della tradizione. Si tratta di un’esperienza aggregativa che risale a circa sessant’anni prima, riattualizzata nell’impegno e nella tenacia di un gruppo di giovani della zona. Una sede tutta per il Circolo, costruita con dedizione e perseveranza, con l’intenzione di affermare la propria presenza e dare voce alla comunità di un’intera frazione, provata dagli eventi del sisma del 2016. La storia rivive nel racconto a due voci, quello fra Cristiano Cinaglia, Presidente del Circolo Le Contrade di Propezzano, e Luana Ventura, socia, membro del consiglio: un duplice punto di vista da cui prende forma il cammino di questo Circolo, della frazione di Montegallo. 

Luana è ben documentata sul passato del Circolo e inizia la sua narrazione partendo dalle origini, con una premessa: “Propezzano si inserisce nel comune di Montegallo, un vasto territorio montano che è composto da numerose frazioni, non avendo un centro abitato proprio. Quelle che definiamo frazioni sono piuttosto agglomerati di case. Propezzano è una di queste frazioni, all’estremità Sud-est, a circa mille metri sopra il livello del mare, nel Parco nazionale dei Monti Sibillini. A Montegallo, se si escludono le poste ed una farmacia, il territorio non si distingue per la presenza di numerosi servizi al suo interno, ad esclusione di un negozio di generi alimentari, ripartito da poco. Fino all’anno del terremoto c’era una pluriclasse di cinque o sei bambini, ma non ha retto al colpo ed ha chiuso: le famiglie dopo il terremoto sono andate via e, questo si aggiunge ad uno storico problema della natalità, nelle nostre zone, dove già non si facevano più figli.  A Propezzano, una ventina di minuti dal capoluogo, proprio non c’è nulla, nessuna attività commerciale. L'antico borgo di Cornaloni, che fa parte della frazione di Propezzano, è un borgo rurale censito dalla regione Marche, uno dei pochi rimasti e presenta diverse particolarità, dalle case torri, alla peculiarità delle scritte in latino sui portali delle case. La Regione Marche ha promosso uno studio di fattibilità, finalizzato alla valorizzazione di questo luogo magico, ma l’investimento economico necessario è molto alto, al punto che il progetto pensato per lo sviluppo del borgo non è mai stato avviato. Il Circolo ha provato ad intervenire per attivare questa iniziativa, ma con molta fatica.

In un simile contesto, Il Circolo nasce storicamente per dialogare con le persone più anziane, forse negli anni Cinquanta, e non aveva ancora assunto la forma di circolo ma, come esperienza aggregativa, era presente già nel territorio. Ci si ritrovava abitualmente in un locale messo a disposizione di un abitante della nostra frazione, dove le attività prevalenti erano il gioco delle carte e le danze. Per quest’ultime, però, abbiamo scoperto che ci si incontrava in clandestinità, perché le danze erano proibite all’epoca. In seguito, si sviluppa una “fiaschetteria”, di Bracci Vito, una sorta di mescita. Il Circolo vero e proprio, identificabile come Acli, ancora non è nato e tutto quello che sappiamo oggi è frutto dei racconti delle persone, che noi abbiamo ascoltato.

L’edificio frequentato per diversi anni non si rende più disponibile, così attorno agli anni ‘60 nasce il Circolo, collocato in un’altra sede, e certificato dall’Archivio diocesano e della parrocchia, documenti che sono andati però distrutti nel terremoto. Si ricorda Ventura Carlo, mio nonno, primo presidente di Circolo e Capanna Paolo come responsabile Giovani delle Acli. Di questo periodo è l’opportunità di avviare una cooperativa agricola delle Acli, così come si evince dai documenti e, più tardi nel ’78 si richiese l’installazione di una cabina telefonica a casa del presidente, grazie alle Acli provinciali.

Il momento in cui il Circolo nasce in maniera autonoma e inizia a svolgere le sue attività, coincide con una svolta determinata dalla richiesta di aiuto alle persone anche di altri paesi, emigrate in Germania, che offrono un contributo con delle somme di denaro per l’acquisto di una televisione del Circolo. Si inizia ad avere uno spazio privato del Circolo in paese, con una televisione propria, dove non si è più costretti a recarsi a casa del parroco per la visione.

Perché al Circolo è stato dato questo nome “Le Contrade”, Cristiano?

Il nostro è un territorio con una conformazione particolare, Propezzano si snoda lungo una strada provinciale e si è sviluppato con piccoli raggruppamenti di case, separate l’una dall’altra, da circa 500 metri massimo, estendendosi per 1 km: dalla Cona ai Cornaloni. Il nome storico de “Le Contrade”, nasce riprendendo proprio quei nomi che erano stati dati in passato ai raggruppamenti di case. C’era “la Cona”, la “Valle”, “l’Osteria”, ecc. Inoltre “Le Contrade”.

“Siamo ripartiti nel 2013 senza una sede a cui appoggiarci”, ricorda Luana, “dove poterci incontrare e la Chiesa, con la messa domenicale, resta in questi anni il luogo principale di aggregazione del paese. Curavamo un evento sull’intercultura che si è tenuto nella Chiesa, in assenza di altri luoghi, per fare un esempio. Agli inizi del 2014 abbiamo preso la decisione definitiva di ricostituire il Circolo, con circa 25 soci. L’avvio è stato accompagnato dall’idea di ricostruire un luogo fisico dove stare, dove incontrarci, ma non solo. Ognuno di noi per questioni familiari o lavorative vive in posti diversi, ma le radici, l’affezione verso questi luoghi, come Propezzano, pur non essendo quelli della quotidianità, ci spingono ad investire risorse e tempo, nel tentativo di preservare un legame con e tra le generazioni future. Noi abbiamo dei figli e non vogliamo che si perda la relazione profonda coltivata con questo territorio, pur vivendo altrove. Abbiamo compreso che dovevamo creare uno spazio da rendere attrattivo, un’occasione per condividere con le persone più anziane del paese e, allo stesso tempo, con le nuove generazioni.

Ricordo l’attività che la scorsa estate abbiamo realizzato di teatro sociale “Ti Racconto un viaggio”, un’esperienza teatrale, ideata in collaborazione tra noi ed Exponiti APS, che si è trasformata realmente in un momento con una grande valenza aggregativa per le persone più anziane, ma anche un’occasione per riattraversare la memoria. Mettendo in piedi delle scenette teatrali, abbiamo ripercorso le storie che hanno caratterizzato la vita del paese, da oltre cinquant’anni; quindi, racconti sentiti, partecipati, della realtà di chi vive e ha vissuto qui, impersonate coinvolgendo la popolazione stessa. Però dobbiamo lavorare anche per una maggiore visibilità, rendere le attività di interesse anche per l’esterno.

Siamo un gruppo di 25 persone più giovani, sottolinea Cristiano, diciamo dai 35 ai 45 anni, non giovanissimi ma insomma, e siamo cresciuti insieme, organizzando attività ed eventi, slegati da qualunque forma aggregativa organizzata. Abbiamo compreso solo molto dopo quanto potesse essere importante coinvolgere tutta la comunità e non solo il nucleo di noi giovani. Luana e Claudio Ventura sono stati i promotori di un’esperienza associativa nelle Acli, promuovendo le affiliazioni, allargando al paese tutto per riappropriarci di quella che è la nostra tradizione storica. Il fatto di non poter contare su una sede fisica dove riunirci ha pesato di più ancora dopo il terremoto. Grazie alle Acli, che si sono spese molto, abbiamo iniziato a mettere in piedi delle attività, con dei fondi, cercando di organizzare qualcosa di diverso dalle feste di paese e dalle sagre. Ci siamo cimentati in una iniziativa sui castagneti e sulla loro protezione, nel capoluogo del comune, attingendo ad un retroterra culturale agricolo dei nostri luoghi. C’è stata un’affluenza che non ci aspettavamo, circa 150 persone e non eravamo a Propezzano, non avendo uno spazio fisico a disposizione. Chiunque, qui, ha un appezzamento con dei castagneti, quindi anche in accordo con le Acli, volevamo tentare iniziative che parlassero alle esigenze della comunità tutta, una comunità montana. E’ stata un’attività patrocinata dai dottori agronomi di Acli e Fermo e con la presidente della comunità montana.

Altre grandi attività non ne abbiamo realizzate purtroppo, almeno non ancora, e poi nel 2016 ci hanno travolto gli eventi del sisma. Non ci sono state vittime da noi, però il patrimonio architettonico ha subito danno molto grandi.  Questa tragedia ha dato il via ad un processo di spopolamento, perché le persone si sono spostate in zona mare, per scelta o non avendo più una casa. Noi come Circolo, puntavamo sempre ad avere un luogo fisico di aggregazione; ci appoggiavamo al romitorio della Chiesa di San Vito, rimasta lesionata dal terremoto. La spinta è stata sempre forte e poi è arrivato il supporto delle Acli provinciali ed a tutti gli altri livelli dell’Associazione, attraverso il quale è stato possibile realizzare una sede nuova, una casetta prefabbricata. La costruzione è l’esito di un percorso durato due anni, a causa della burocrazia, a cui ha contribuito tutto il paese, recuperando lo spazio vicino alla chiesa, dove la vecchia struttura risultava ormai inagibile. L’inaugurazione è stata un momento toccante: adesso abbiamo non solo un luogo, ma un simbolo e un messaggio rivolto a tutti di presenza e vicinanza delle Acli. Una sede dove andare ci offre l’opportunità di alzare il tiro e di avviare l’ingranaggio, aspirando ad un livello superiore di attività e di coinvolgimento.

CIRCOLO ACLI MARCIGNAGO (PAVIA). ATTIVITA’ DI AGGREGAZIONE E SPORTELLO LAVORO PER LA CRESCITA DI UN PAESE IN TRASFORMAZIONE

Paolo Guaschi è il presidente del Circolo Acli Marcignago a Pavia e ce lo racconta così:

Il Circolo è ubicato nella campagna pavese che aveva, un anno fa, circa 1.500 abitanti e oggi 2.400, un piccolo nucleo, che nel tempo è un po' cresciuto. Rispetto a quello che abbiamo potuto ricostruire la nostra realtà nasce nel 1967, in locali attigui all’oratorio. Rispetto a ciò che si ricorda qui nel Paese, le Acli nascono per volontà del vecchio parroco, affinché adulti e giovani, in uscita dall’oratorio, potessero avere a disposizione un locale dove potersi trovare e sviluppare un senso di comunità stando insieme. Il locale è sempre stato provvisto di un bar, quindi, con i requisiti per la somministrazione di cibi e bevande. Sostanzialmente è sempre stato un luogo inclusivo, dove offrire l’occasione per relazionarsi e passare del tempo, che fosse in qualche modo collegato all’ambiente cattolico.

Il Circolo ha conosciuto una continuità dal giorno della sua nascita, resistendo anche alla parentesi del covid, tant’è che oggi è considerato da tutti un punto di riferimento essenziale per il Paese. Questo aspetto non è di poco conto, non trovando nel territorio altri spazi simili in grado di accogliere sia persone anziane, sia ragazzi. Molte delle attività di svago e del tempo libero delle persone di qui ruota attorno al nostro Circolo.

Il bar è aperto e svolgiamo attività in collaborazione con l’oratorio per l’organizzazione delle sagre, piuttosto che il torneo serale di calcio, inoltre organizziamo feste o iniziative specifiche, utilizzando il nostro cortile, che si presta ad accogliere diverse persone, però lo dividiamo con l’oratorio. Qualche anno fa si organizzava sempre una festa con l’obiettivo di raccogliere dei fondi per l’istituto di oncologia pediatrica di Pavia, insieme ad altre associazioni e si collaborava. Stiamo cercando di dare continuità anche a questo. Poi non mancano, in perfetto spirito aggregativo, le partite che trasmettiamo in video, qui da noi, nel cortile.

Ricordi dei momenti di passaggio del vostro Circolo, che hanno portato dei cambiamenti?

Abbiamo attraversato qualche momento di crisi importante durante il covid, ma questo suppongo sia stato, in quel frangente, un problema che ha riguardato tutti i circoli. Abbiamo chiuso per un periodo, ma successivamente abbiamo ripreso senza interruzioni. Il paese, piuttosto negli ultimi anni è stato destinatario di un consistente flusso migratorio, proveniente dalle periferie di Milano, e questo ha trasformato il tessuto sociale del territorio. Stando dentro questa trasformazione, il nostro Circolo ha accolto le nuove necessità, diventando un punto di riferimento per i nuovi abitanti. Noi siamo stati un veicolo importante per conoscere il paese ed incontrare altre persone, promuovendo un percorso di integrazione per i nuovi arrivati. Ci viene riconosciuto il fatto di essere aperti a tutti, senza alcun limite e distinzione.

Un’attività che vi caratterizza in modo particolare?

Siamo Acli nella misura in cui portiamo avanti comportamenti di ispirazione cattolica, con la collaborazione del provinciale abbiamo aperto da poco uno sportello lavoro, presso la sede del nostro Circolo. Un volontario dei nostri si è messo a disposizione per garantire l’apertura almeno una volta alla settimana, raccoglie le richieste delle persone, le supporta nella stesura dei curriculum. Il volontario è un pensionato che nel suo lavoro passato aveva acquisito delle competenze in ambito delle risorse dle personale e poi ha frequentato dei corsi di approfondimento al provinciale per prepararsi ad affrontare questo compito al meglio. Le Acli provinciali ci hanno proposto anche l’apertura di uno sportello salute, ma non siamo ancora riusciti a trovare un volontario da impiegare in questa attività.

Abbiamo anche delle ottime collaborazioni anche con l’amministrazione comunale e con la proloco, le altre uniche realtà che esistono nel paese, per svolgere le attività.

CIRCOLO DALFINO (BARI). LA VOCE DI UN TERRITORIO SOFFERENTE CHE RISCOPRE LA PROPRIA IDENTITA’ BARESE NEL RECUPERO DELLE TRADIZIONI

Cuore pulsante e vigoroso della città di Bari, Il Circolo Acli Dalfino, lascia una traccia profonda nel territorio; un segno di cui è testimone e, al contempo espressione, Michele Fanelli, il suo presidente. La città ferita e, poi lentamente rinata, ha potuto contare sull’appoggio e l’impegno del Circolo Acli, le cui origini Michele le richiama con queste parole:

il Circolo nasce nel 1994, a seguito delle continue richieste da parte dell’allora presidente provinciale Franco Maffei, che da tempo auspicava l’apertura di un circolo Acli nella città vecchia di Bari, nel centro storico. Io non gli avevo dato retta perché il mio impegno era già quasi del tutto riservato alle attività con la parrocchia; però la situazione sociale del territorio era piuttosto critica, un contesto fortemente a rischio, che mi ha indotto a riflettere su questa possibilità. La spinta reale arriva con la scomparsa del prof. Dalfino il sindaco di Bari, detto “il sindaco degli Albanesi”: l’8 agosto 1991 si trovò ad affrontare lo sbarco di circa 20mila profughi albanesi giunti a Bari con la nave Vlora. Disse che erano persone disperate e che non poteva rimandarle indietro, ma questa scelta compromise il suo percorso politico futuro. Dopo alcuni anni, la malattia mise fine alla sua vita ed io ero davvero molto legato a lui; questo evento mi ha convinto definitivamente; decisi di aprirle il Circolo e lo volli dedicare alla sua memoria, chiamandolo Circolo D’Alfino. Quest’anno festeggiamo trent’anni da quel momento storico per noi.

Su quali iniziative vi siete concentrati e rispetto a quali vi siete particolarmente distinti?

Le nostre sono attività di carattere prettamente sociale e politico, con finalità legate allo sviluppo del territorio. Siamo impegnati nella città vecchia di Bari a difesa e tutela dei valori umani e cristiani dettati dalla nostra fede, assieme ad altre realtà quali il Comitato di Quartiere e la Parrocchia Cattedrale. Siamo cresciuti come Circolo in un contesto territoriale di degrado e abbandono da parte delle istituzioni. In una certa fase importante per Bari, si è sviluppato un progetto urbanistico che prevedeva il risanamento della città vecchia all’insaputa dei residenti. Bari prima del 1994 era una città poco accogliente anche per i turisti, che venivano accompagnati e scortati dalla polizia. La situazione cambia completamente grazie ai Piani Urban, i piani di risanamento europeo, che segnano un vero e proprio spartiacque nella vita di Bari Vecchia. Il risanamento architettonico ha comportato però un allontanamento brusco di molte delle famiglie della zona verso rioni più periferici. Prima di proseguire ad espandersi, verso l’apertura di locali pubblici, avrebbe dovuto consolidare la qualità e quantità dei servizi a disposizione dei suoi abitanti. Il Circolo Dalfino nasce dentro queste criticità e le fa proprie, per dimostrare che la città vecchia non deve soccombere di fronte all’azione della speculazione edilizia e all’aumento della criminalità. Si sparava e si uccideva per le strade e nel frattempo il valore immobiliare crollava, al punto che da fuori compravano i nostri immobili a prezzi più che competitivi. Ci siamo cimentati in primis su questa battaglia: la rivendicazione di un territorio malato per trasformarlo e la richiesta di un ritorno delle istituzioni locali e regionali, che non avevano più alcuna voce in questa realtà. C’è da considerare che, a seguito dell’amministrazione D’Alfino, siamo andati incontro ad una fase di instabilità politica. Lo “Stato” era scomparso: più volte, come Circolo chiedemmo l’intervento delle forze armate, considerato il livello critico della situazione. Lo sfruttamento del territorio, unito al disinteresse, provocò un allarme di grande portata, per effetto dell’applicazione della legge “del leone”, impersonato dalla criminalità dilagante. Quando la politica è tornata ad assumersi le sue responsabilità, attraverso una proposta di risanamento, la parte nuova delle città era ormai preda degli investimenti di capitali esterni, attraverso i quali era stato speculato sulla città e i residenti sono rimasti fuori da tutto. La nostra era ormai una comunità ferita e stremata da agguati e omicidi. Quindi la battaglia del Circolo è stata essenzialmente politica e tuttora lo è, sebbene ci siamo impegnati anche in altre cose.

Nel 2000 eravamo al culmine del livello di criminalità e, per errore restò ucciso, in un conflitto a fuoco, Michele Fazio un ragazzo di qui. Noi come Circolo abbiamo detto basta, non potevamo restare silenti di fronte a questo scempio e ci fu, da parte nostra, la proposta di agire organizzando una fiaccolata e coinvolgemmo la parrocchia. Il Parroco di allora, Don Nicola Bonerba, si rifiutò e mi disse che non si sarebbe svolta alcuna fiaccolata. Il nostro Vescovo era in Brasile e io riuscii a farmi dare un contatto per raggiungerlo telefonicamente, spiegandogli che noi ci saremmo mossi ugualmente con o senza la Chiesa. Lui ci appoggiò senza esitazione, mandandoci il vicario generale: eravamo 5.000 persone per le strade di Bari a dire basta.

La faida riguardava due fazioni di famiglie criminali e un giorno dopo l’omicidio dell’innocente, ci fu l’ennesimo attentato a delle persone che, scappando si sono introdotte nel nostro Circolo. Io li accusai di averci condotto verso il baratro e uno di loro mi disse: “ma che vita possiamo fare? Nessuno ci prende a lavorare, lo Stato di ignora, non abbiamo altra scelta che delinquere per sopravvivere!”. Si salvarono e io li mandai dall’ex assessore ai servizi sociali “Melchiorre” e proposero, con il nostro appoggio, di realizzare una cooperativa, tramite la quale potersi occupare in modo trasparente e dignitoso. All’Assessore l’idea piacque e sostenne questa iniziativa. Noi come Circolo abbiamo costituito la cooperativa per rispondere a tali esigenze, reinserire nella comunità ex detenuti criminali, dare loro un’opportunità di riscatto, e siamo andati avanti insieme alla parrocchia. Questa cooperativa di ex detenuti si chiama “Vita Nuova”, esiste ancora, e abbiamo dato lavoro a circa 200 ex detenuti che ora si trovano in un’azienda municipale.

Durante il periodo della guerra in Kosovo, per dare un segnale, a chi era dall’altra parte dell’Adriatico, abbiamo istituito la fiaccolata della pace. Da quella data, il 26 dicembre, organizziamo un presepe con la natività al mare e sulla scogliera accendiamo la stella della pace dopo la nascita di Gesù. E’ una stella gigante, visibile, per far giungere il messaggio ai fratelli lontani e, ormai, la facciamo da circa 26 anni.

Verso quali altre strade vi siete mossi?

Nel tempo ci siamo coinvolti anche in battaglie per la tutela e la redistribuzione dell’acqua, che veniva erogata per massimo due o tre ore al giorno nella nostra città e noi ci siamo schierati in favore dei diritti dei cittadini, mobilitandoci per le questioni legate alla gestione, contro il Sindaco, con l’acquedotto pugliese. Ecco il nostro è un impegno per il territorio, e come molti altri circoli ci occupiamo dei servizi Acli, ma vorrei sottolineare che la dimensione politica e sociale per noi è prevalente. Vorremmo dare più attenzione alla persona e alla povertà. Penso che la C di cristiani, che l’acronimo Acli contempla, da molti di noi sia ignorata. Prima ancora di essere aclisti nell’insieme, siamo cristiani e questo deve portarci a comprendere che non possiamo e non dobbiamo ignorare i problemi sociali. L’azione del Circolo si ispira a questo principio valoriale.

Di certo ci sta a cuore la ricostruzione del senso di comunità che è andato disperdendosi anche a causa delle circostanze difficili in cui il territorio ha versato per lungo tempo. Quell’identità collettiva che ci definisce come baresi, storicamente e culturalmente, aveva necessità di essere portata alla luce, affinché potesse tornare patrimonio comune. Per questo la nostra azione ha riguardato anche iniziative per riappropriarci delle tradizioni popolari. La strada non era praticabile e le persone restavano chiuse in casa: alcune tradizioni tipiche erano completamente scomparse. Con fatica dal ’94, buona parte le abbiamo recuperate. Tra queste rientra la sagra di San Giovanni, ad esempio, la tradizione voleva che il giorno prima della vesta, colui a cui è stato dato il nome di Giovanni, fosse responsabile di addobbare la strada e imbandire la tavola con un menu tipico barese; alla mezzanotte si compie il tipico “comparazio, comparizio”, si dice da noi, il momento in cui compare San Giovanni. Questo ti fa sentire parte della famiglia e adesso ci occupiamo di preparare tutto, noi del Circolo. Chiediamo aiuto alle istituzioni e qualche volta ci sostengono, poi ci appoggiano le altre associazioni come quella dei panificatori. Siamo tornati a promuovere anche i corsi di orecchiette baresi e di cucina tradizionale.

Vorrei mettere in evidenza, l’iniziativa pensata e realizzata dal Circolo Dalfino, giunta alla ventisettesima edizione, ovvero il premio cittadino denominato il “Nicolino d’oro”. Così come Milano ha il suo Ambrogino d’oro, da tempo lo abbiamo anche noi. Nel nostro direttivo all’inizio ci siamo chiesti se fosse possibile anche per Bari istituire un premio cittadino che attestasse le onorificenze conferite ad alcune figure di rilievo per la città. Così nel giorno di San Nicola, il nostro patrono, cioè il 6 dicembre, alle ore 10.30 organizziamo una cerimonia nella sala consiliare del comune per riconoscere un premio a sei illustri baresi, che si sono distinti nella loro vita per l’espressione dei valori cristiani, declinandoli in interventi e azioni di promozione a favore della nostra città in diversi ambiti. Lo facciamo in accordo con il Comune e, con il Sindaco Decaro, due anni fa, abbiamo sottoscritto un accordo di programma, attraverso il quale il Comune ha manifestato la sua adesione all’iniziativa, da svolgere insieme. Per i successivi cinque anni il Comune individuerà una delle figure da premiare, mentre i restanti premiati siamo noi ad individuarli attraverso il nostro direttivo. Questo è uno degli aspetti dell’accordo.

Inoltre, abbiamo pensato di far sentire la nostra voce anche attraverso l’edizione mensile di un nostro giornalino, “La Vescigghie”, e con questa presenza in Internet per raggiungere tutti coloro - baresi e non, vicini e lontani - che amano Bari e la sua storia. Da non dimenticare anche il nostro calendario.

Cosa significa per voi essere Acli?

Io personalmente credo di essere sempre stato aclista anche senza essermene accorto. Le Acli ci hanno dato opportunità di parola, di poterci esporre per le nostre battaglie, un’opportunità preziosa. Però, quello che riscontro con un pizzico di rammarico, è che le Acli al Sud sono un po' fragili, non riescono a far crescere delle persone che possano impegnarsi attivamente e promuovere una politica vicina alle persone e ai loro bisogni. La politica è carità cristiana, diceva un Papa. Con le Acli del territorio il rapporto è buono, sebbene, devo riconoscere che non sempre ci siamo sentiti appoggiati e supportati ai diversi livelli; come movimento potremmo fare molto di più sotto l’aspetto sociale. La presenza delle Acli, anche a livello nazionale, non la sento quanto vorrei, ma è nelle nostre potenzialità. Le qualità delle Acli io le riconosco e mi ci riconosco, ma qualche volta siamo silenti, non riusciamo ad essere davvero “le sentinelle del territorio”. La marcia della pace l’ho condivisa e io, in prima persona, ho stimolato tutti. Quando ci mettiamo sul serio in un progetto siamo bravi e, non solo noi come Circolo, anche Purgatorio in quella occasione si è dato da fare con grande impegno. Ma in generale ci vorrebbe più spinta, ad ogni livello, dobbiamo saper dire qualche no in più, probabilmente. Abbiamo una grande forza che non usiamo appieno. Ad esempio, qui nel nostro territorio, siamo 42 circoli e mi chiedo perché non si riesca a fare rete tra di noi. Fossimo tutti insieme a prendere posizione e a promuovere alcune cause, saremmo una vera potenza al servizio della comunità.

CIRCOLO ACLI ME.MO CANTIERI CULTURALI a.p.s. a POZZILLI (ISERNIA): RAFFORZARE IL SENSO DI APPARTENENZA ALLA PROPRIA IDENTITA’ CULTURALE CON ATTIVITA’ DI DIVULGAZIONE, VALORIZZAZIONE E PROMOZIONE DEI MUSEI E DEL PATRIMONIO ARTISTICO DEL MOLISE.

A Polizzi in provincia di Isernia, l’Associazione Me.MO cantieri culturali, nasce nel 2014 con l’intento di promuovere delle attività di valorizzazione e divulgazione del patrimonio culturale della Regione Molise. Opera prevalentemente nella Regione Molise, ed è formata da giovani e talentuosi professionisti della cultura, noti attraverso pubblicazioni scientifiche ed importanti collaborazioni su tutto il territorio nazionale: archeologi, antropologi e storici dell’arte che mettono al servizio della comunità la loro esperienza per facilitare il processo di integrazione tra il patrimonio culturale e la comunità.

Carmen D’Antonino è presidente di questa realtà da solo un anno, ma la sua esperienza all’interno di Me.Mo è lunga. Arrivata nel 2016 come storica dell’arte, da semplice operatrice museale tirocinante, Carmen è poi diventata una socia, fino a ricoprire il ruolo di responsabile di comprensorio, vicepresidente e ora Presidente. Carmen ci parla di Me.mo e del lavoro che hanno costruito in questi dieci anni di impegno sul territorio:

“siamo operatori museali, non tour operator, non ci occupiamo di turismo ma vogliamo contribuire allo sviluppo del territorio sotto il profilo culturale, in armonia con il nostro profilo professionale, sempre attenti a coinvolgere le persone per avvicinarle ai musei, al patrimonio artistico, storico e culturale di cui è ricca la nostra Regione. Vogliamo offrire esperienze, occasioni di incontro per alimentare la passione per queste ricchezze, anche all’intero dei borghi, dei centri storici, spesso trascurati e non valorizzati. L’arte può essere veicolo di aggregazione e di scambio nella comunità”.

Quali sono le iniziative e le attività di cui vi occupate in prevalenza?

Ci attiviamo sul territorio in qualità di operatori museali, pertanto, la nostra associazione è concessionaria di spazi e servizi al pubblico per i luoghi statali della cultura del Molise. La Direzione regionale musei lavora per valorizzare e rendere fruibile la ricchezza culturale dei musei statali della propria regione e per fare questo dialoga con alcune realtà del territorio pubbliche e private, tra cui noi. Rispetto al passato le aree di interesse direttamente coinvolte nella nostra gestione sono diminuite, sebbene non per nostra volontà. Non ci occupiamo più di Pietra Abbondante e di Santa Maria delle Monache, ad esempio, ma lavoriamo sul Castello Pandone, luogo della cultura afferente al Polo Museale del Molise, che si trova a Venafro, “porta del Molise”, nel punto di incontro con Lazio, Campania e Abruzzo e che deve il suo nome alla famiglia proprietaria di questo antico maniero medievale. Poi lavoriamo sul Museo archeologico di Venafro e sul Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia (l’esposizione riguarda tutti gli oggetti provenienti dallo scavo archeologico di Isernia La Pineta e comprende sia una sede museale di Santa Maria delle Monache, sia l'area di "La Pineta", dove proseguono gli scavi del paleosuolo). Inoltre, anche l’Area archeologica di San Vincenzo al Volturno è di nostra competenza.

Anche la valorizzazione dei borghi è un nostro interesse e riusciamo ad organizzare delle iniziative, spesso in appalto con i comuni. Affianco a questo, ci attiviamo per l’organizzazione di attività museali, convegni, eventi e attività integrative che ruotano al mondo dei musei.

Per dare conto di alcune delle attività che svolgiamo, di recente, siamo stati ospiti dell’Università degli Studi del Molise, in occasione della giornata dedicata all'orientamento per presentare agli studenti e ai neolaureati le possibilità professionali che si prospettano loro durante e dopo il corso di studi nelle discipline dei beni culturali. Si è trattato di un modo per promuovere le nostre iniziative e, allo stesso tempo, presentare le tante opportunità che i beni culturali della nostra regione hanno da offrire sia da un punto di vista formativo ed esperienziale, sia nella valorizzazione e la promozione turistica.

Un altro veicolo importante per noi è il coinvolgimento delle famiglie e l’attenzione rivolta ai bambini. Per questo ci impegniamo nella realizzazione della didattica artistica al museo, con l’organizzazione di laboratori rivolti ai più piccoli: in occasione della giornata nazionale delle famiglie, abbiamo promosso un laboratorio Museale Green per i bambini, combinato con la visita di approfondimento didattico per i più grandi, presso i Musei MiC del Molise, il Museo Nazionale del Paleolitico e il Museo Nazionale di Castello Pandone di Venafro. Oppure il fantastico laboratorio di mosaico in collaborazione con La Bottega art & teka. Alcuni dei frammenti pittorici e dei reperti rinvenuti nell’archeologica di San Vincenzo al Volturno sono custoditi nelle sale espositive del Museo di Venafro e i bambini guidati dall’artista Pietro Coraggio, hanno realizzato con piccole tessere, l’abbazia benedettina. Il Museo è un luogo importante dove i bambini diventano i veri protagonisti, approfondendo i molteplici argomenti legati al mondo nel quale vivono. Qualche tempo fa l'Associazione si è occupata anche di realizzare un campus estivo per bambini dai 4 ai 10 anni dal titolo "Giochi medievali", presso le sedi di Castello Pandone e del Museo archeologico di Venafro. Ci attiviamo anche per la realizzazione di visite e approfondimenti per i licei, rivolto ai ragazzi e alle loro insegnanti.

Non ci facciamo mancare anche le cosiddette “Prime domeniche al museo”, iniziative e visite con approfondimento didattico a cura nostra nei luoghi della Direzione regionale Musei Molise. Mentre, per la Giornata internazionale della donna, abbiamo proposto al Museo archeologico di Venafro una visita guidata con approfondimento didattico riguardante "La donna nell'antica Venafrum". Una scelta non casuale, se si considera che il Museo archeologico di Venafro ha sede presso il monastero femminile di clausura di Santa Chiara, costruito nel corso del XVII secolo grazie alla donazione testamentaria operata dal ricco possidente venafrano Nicola Valletta.

Per lo svolgimento delle vostre iniziative avete costruito una rete di collaborazione con altre realtà nel territorio?

Direi di sì. Intanto, il coinvolgimento dei settori produttivi presenti sul territorio molisano è uno dei principali strumenti di comunicazione e ricerca che l’Associazione ha individuato per operare efficacemente nella Regione Molise. In particolare, le attività artigianali e agroalimentari tradizionali, ancora abbondantemente presenti nella Regione, sono l’eredità vitale di una storia non ancora scomparsa e che può essere valorizzata quale testimonianza etnoantropologica, combinando lo studio delle moderne tecniche produttive con i risultati della ricerca archeologica e delle fonti storiche.

Con l’Associazione ISarc Isernia Archeologica, in vista delle festività in onore ai Santissimi Cosma e Damiano, abbiamo proposto una serie di visite con approfondimento didattico nel Centro storico di Isernia. Una passeggiata nel centro storico che porta il visitatore a percepire l'importanza di quello che fu la città di Aesernia. In passato, abbiamo promosso l’evento “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, tenutosi in due luoghi diversi: il Museo Nazionale di Castello Pandone di Venafro e l’area archeologica di Saepinum – Altilia; è stato realizzato in collaborazione con l’Osservatorio Provinciale “Leopoldo Del Re”, che ha curato l’osservazione astronomica. L’evento è stato pensato per la notte di San Lorenzo, al fine di valorizzare i musei ed i siti nei quali operiamo. Nel Museo Nazionale del Molise, in Castello Pandone, c’è stata una visita guidata tra le sale del Castello, i dipinti del Museo, le stelle e i pianeti della volta celeste dalle Terrazze del Castello. La manifestazione è stata possibile grazie anche alla collaborazione della Provincia di Isernia, che ha messo a disposizione l’attrezzatura tecnica per l’osservazione astronomica, mentre il Comune di Venafro ha concesso il patrocinio gratuito all’evento.

Queste sono solo alcune delle attività che hanno caratterizzato e ancora muovono il nostro impegno. Ci interessa l’idea di rafforzare il senso di appartenenza alla propria identità culturale, potendo far riscoprire il cammino che ha reso possibile la relazione dei popoli nel passato, nel nostro territorio. Un’azione volontaria la nostra, in cui mettiamo tutta la nostra passione e la nostra professionalità. Un impegno che nel tempo abbiamo intrecciato con il percorso delle Acli nel nostro territorio.

CIRCOLO ACLI MONTEMAGNO DI QUARRATA (PISTOIA). LA DIMENSIONE RICREATIVA INTRECCIA QUELLA DELLA PROMOZIONE SOCIALE, CULTURALE, AMBIENTALE E POLITICA NELLO STORICO “PILASTRO” DELLE ACLI A MONTEMAGNO

Montemagno è una piccola frazione collinare, alle pendici del Montalbano, dall’atmosfera quieta, lontana dalla confusione dei centri urbani. Lo sa bene Marcello Bracali, classe ’46 e diversi anni di impegno nelle Acli, dove, a soli diciannove anni, andò incontro alla sua prima esperienza di responsabilità nel Circolo di Montemagno. Ha assistito alla costruzione delle sede e ricorda le battaglie di quel periodo un po' turbolento….così lo rammenta:

la nascita del Circolo risale a diversi anni prima che io mi assumessi qualunque compito in questo ambito. C’è una dichiarazione sostitutiva che si riferisce al ’58, l’unico documento di cui io abbia memoria. Discutendone con qualcuno, che ha parecchi anni più di me, mi riferisce che durante il periodo del programma televisivo “Lascia e raddoppia”, il Circolo poteva contare sulla sala piena e di televisioni in giro non ce ne erano poi molte. Quindi nel ’56 era presente. Si trovava in una struttura costruita ex novo, su un terreno di proprietà della parrocchia, donato dalla fattoria “Poggi Banchieri” del Santo Novo, una frazione limitrofa di Montemagno. Fu messa in piedi una sorta di “scuola di muratori”, ovvero un cantiere di lavoro per l’addestramento e la formazione dei giovani muratori, con i contributi economici della parrocchia e dei soci. Per loro merito, fu costruito un edificio destinato già alla sede del Circolo: così era nelle intenzioni di chi aveva organizzato questi movimenti. Precedentemente, c’era un ambiente di ritrovo molto alla buona in una casa disponibile, ma non sappiamo di più.

Io sono dell’anno ’46 e mi ricordo che da ragazzi questo era l’unico punto di ritrovo, un ambiente di socializzazione della frazione, dove potevi iniziare ad assumerti qualche responsabilità, e sono stato coinvolto io in questo modo. Sono stato tirato dentro nel mondo del Circolo Acli all’età di 19 anni, mi coinvolsero in modo più attivo perché alle Acli di Pistoia ero nel giro di Gioventù aclista. Pistoia in quegli anni era un po' una punta avanzata della Chiesa, dei cattolici di sinistra diciamo. In seguito, andammo incontro al problema della cosiddetta “scissione”, che ebbe luogo proprio in quegli anni. Nacque così MOCLI (Movimento Cristiano dei lavoratori italiani) e poi MCL (Movimento Cristiano Lavoratori) e molti circoli della zona si allontanarono dalle Acli. Il nostro Circolo di Montemagno fu tra i pochi che rimase saldamente nelle Acli, ma non senza una vivace battaglia in assemblea di Circolo. Io all’epoca ero presidente e mi opposi fermamente al tentativo di uscire dalle Acli, come era successo per quelli che io definisco “all’ombra del campanile”, cioè vicini alla parrocchia. Noi siamo nel terreno della parrocchia, ma indipendenti perché la sede è cosa diversa dall’edificio parrocchiale. A quei tempi nell’edificio del Circolo era presente anche un ambulatorio medico di famiglia e anche un ufficio postale. Quando il locale fu completato, l’ufficio postale trovò qui da noi la sua sede, ma nel tempo fu oggetto di tentativi di soppressione, da parte della dirigenza delle poste pistoiesi. Non potendo affidarci ad un numero elevato di servizi, ritenemmo che l’ufficio fosse importante e come Circolo, coinvolgendo la popolazione locale, ci mobilitammo in una lotta in cui ottenemmo ragione, salvando l’ufficio postale.

Io ho svolto il compito di assessore per tre mandati consecutivi e dall’89 mi sono un po' allontanato e adesso sono stato nuovamente chiamato a ricoprire l’incarico di presidente del Circolo.  Mi sono chiamato fuori dall’impegno amministrativo politico. Nella debolezza e scarsità di energie e di giovani disponibili si prova, facendo fatica, ma cercando di fare quello che si può.

Di cosa si occupa il vostro Circolo, quali caratteristiche sono riconoscibili?

Da molti anni, quello che si cerca di fare è dare un impulso al filone della promozione culturale, sociale e politica, nel modo di fare azione sociale sul territorio. Inoltre, attività di carattere ricreativo e di promozione delle eccellenze locali. Queste sono le nostre peculiarità che decliniamo attraverso azioni diverse.

Ad esempio, ricordo la nostra preziosa e ormai tradizionale sagra del “vin novo”, che ospita l’esposizione dei prodotti di tre o quattro produttori locali di vino e olio. Produttori che sono agricoltori della zona che ospitiamo, allestendo delle tensostrutture all’esterno per promuovere prodotti tipici come il castagnaccio, le frugiate e il necci (crespelle con farina di castagne) e altro; all’interno del Circolo predisponiamo per offrire l’assaggio di vino e olio. A giugno si faceva una sagra della zona per promuovere le eccellenze del Montalbano. Noi di Montemagno siamo sul crinale, sul versante Nord-est del massiccio di Montalbano, nell’area pistoiese-fiorentina e polese; quindi, un contesto che dal punto di vista ambientale ha particolarità di eccellenza. Poi sul versante a Sud, c’è Vinci dove è nato Leonardo, pertanto abbiamo una serie di riferimenti importanti storici risalenti ai Medici e al parco mediceo, una riserva con la villa. Insomma, ci troviamo in un ambiente dal rilevante impatto storico.

La dimensione ricreativa si intreccia a quella della promozione sociale e culturale e con un’altra associazione culturale, organizziamo un concorso per l’olio prodotto localmente, questa è un’idea partita da questa associazione. Abbiamo voluto attivare una collaborazione con loro e, tuttora, offre i suoi frutti. In aggiunta a questo, nelle nostre proposte è possibile trovare anche l’organizzazione di visite guidate alle ville medicee, oppure alle chiese medievali sul Monte Albano, insomma luoghi anche con emergenze storiche.

Altre iniziative, nostro malgrado, interessano avvenimenti spiacevoli legati alle emergenze alluvionali, come quella pesante dell’ultimo novembre, che ha prodotto da noi delle frane provenienti dalla collina, dai versanti dei corsi d’acqua che in quell’occasione hanno provocato molti danni. In tale circostanza, decidemmo di destinare gli introiti della sagra del vin novo a questa causa, impegnandoci anche nella raccolta di fondi per sostenere le famiglie provate dall’emergenza. Quarrata, tra l’altro, è stato il secondo comune in Toscana che ha registrato maggiori danni, non solo sulla collina, ma anche la pianura è stata devastata dall’alluvione. Questo impegno per la tutela del territorio lo abbiamo perseguito anche attivando delle assemblee pubbliche, in collaborazione con l’amministrazione comunale, coinvolgendo tecnici, dirigenti del settore forestale della Regione. Grazie alla spinta offerta dall’ultima assemblea organizzata si sta per procedere in direzione di un’azione concreta per la manutenzione del bosco, un ambiente abbandonato da tanti anni. Questo degrado che interessava anche larga parte delle superfici coltivate a vite e ulivo, ha portato all’abbandono delle terre di produzione agricola dell’area collinare.

Un altro versante di impegno per noi riguarda gli aspetti di carattere generale e più politico. Organizziamo incontri e seminari di approfondimento e sensibilizzazione: uno ha riguardato l’enciclica del Papa, sulla Laudato sì e sulla Laudato deum. Ci siamo occupati anche delle riforme istituzionali e costituzionali; abbiamo già fatto diversi incontri sulle proposte avanzate nel tempo e più di recente quella del governo Meloni, promuovendo un confronto pubblico sulle diverse posizioni. Non sono mancati incontri sul presidenzialismo e sull’autonomia differenziata.

Ci aggiriamo intorno ai 100 soci, coinvolti nelle nostre attività delle gite e dei soggiorni anche all’estero, che, con impegno, abbiamo portato avanti nel tempo. Eppure, sul piano economico era importante il movimento che derivava dall’organizzazione delle gite e abbiamo costituito un Cta Acli, noi non riuscivamo a portarlo avanti. Nel consiglio siamo in 8 persone e solo 4 o 5 sono più impegnati, ma cerchiamo di mantenere anche il bar aperto.

Quali rapporti con il mondo Acli?

Ho fatto anche io il presidente in passato delle Acli, nella nostra “periferia”, ed è evidente che ci troviamo in una realtà dove il movimento si è indebolito parecchio nel tempo, trovando anche pochi sostegni. Tommaso Braccesi, adesso si sta dando da fare e si spera si possa rilanciare le Acli. Qualche iniziativa c’è stata con discreto riscontro, sempre alla ricerca di collaborazioni esterne. Questo lo facciamo anche noi al Circolo, è una strategia importante, non si può andare soli e dobbiamo restare aperti e disponibili verso altre realtà. Si è tentato di coinvolgere anche i circoli MCL e Arci, attraverso la realizzazione di un percorso di formazione socio-politica: dal punto di vista della qualità fu notevole, ma sotto il profilo dei partecipanti, non ci furono grandi affluenze. Abbiamo provato a seminare. Ho avuto occasione di dire anche ai dirigenti Acli nazionali che un tempo coglievo maggiore coraggio. Poi bisogna riconoscere che ci sono più distrazioni e meno disponibilità all’impegno da parte delle persone, in linea generale, e ne risentono le Acli nel loro complesso.

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