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CIRCOLO ACLI DI RONCOFREDDO “ALBERTO MARVELLI” (FORLI’ CESENA). TRA LA SQUADRA DI CALCIO E IL SOGNO DEL DOPOSCUOLA, PUNTARE ALL’AGGREGAZIONE E ALL’INTEGRAZIONE.

Il Circolo ha una lunga storia, dal 1955-1956, e deve la sua apertura ad un vecchio parroco. Siamo ormai alla soglia dei Settant’anni e non abbiamo mai chiuso, se si esclude la parentesi legata alla pandemia. Il nome di Alberto Marvelli è stato associato a quello della nostra realtà, da qualche anno. Alberto era un ragazzo, un giovane ingegnere che ha perso la vita nel 1946, molto conosciuto nelle nostre zone, soprattutto nel riminese, perché ci ha lasciato un’eredità morale e spirituale altissima. Avevamo deciso di rinnovare i locali del Circolo e, per un certo periodo, abbiamo allestito da noi una mostra a lui dedicata, invitando le scuole, per testimoniare il suo impegno da laico cristiano, attento ai poveri e ai sofferenti.

Quali sono le attività che il Circolo organizza per il paese?

Il nostro è un paese di 1500 abitanti ei Circolo ha poco più di 200 soci. Le attività che svolgiamo rientrano nel solco della tradizione Acli, quelle delle realtà di base nei piccoli territori, che si rivolgono ad una popolazione anziana. Siamo un centro di aggregazione vicino alla parrocchia, che si propone di rinsaldare legami e promuovere socialità. Nel tempo, potendo contare su una diversificazione dei nostri soci ci siamo dedicati anche all’organizzazione di alcune attività sportive e ricreative, soprattutto rivolte alle famiglie. Abbiamo una sede nella parrocchia, con uno spazio tv per i soci e all’interno si trova anche un piccolo teatrino che usiamo per iniziative da noi gestite per conto della parrocchia.

Tra queste potremmo citare quella centrale per noi che concerne la “Castagnata” che organizziamo sull’Appennino: una giornata da trascorrere insieme, fra circa cinquanta persone che aderiscono all’iniziativa. Poi realizziamo alcune serate con al centro la tombola di beneficenza, dove il ricavato è devoluto ad una organizzazione che si occupa di adozioni a distanza. Come Circolo abbiamo adottato un ragazzo che studia in Etiopia. Inoltre, per le famiglie mettiamo in piedi la tradizionale festa della Befana e regaliamo una calza ai bambini. Queste sono le iniziative di cui ci occupiamo con maggiore regolarità. Per alcuni anni abbiamo pensato ai ragazzi, organizzando dei corsi di inglese sui due livelli, il base e l’approfondito. L’idea che circola in questa fase è quella di costruire un servizio doposcuola destinato ai ragazzi delle medie. Nel nostro territorio la presenza di famiglie straniere è importante (circa il 15-20% sulla popolazione totale del nostro paese) e alcuni ragazzi anno bisogno di un sostegno, di essere seguiti da vicino negli studi, anche per favorire l’integrazione con gli altri. Siamo alla ricerca di insegnanti disposte a darci una mano. Prima del Codiv avevamo messo insieme una squadra di calcio, con tanto orgoglio, con i ragazzi immigrati di queste parti, circa una ventina insieme ad altri giovani del paese. Per due anni abbiamo partecipato a dei tornei e ci siamo divertiti un mondo, anche perché erano davvero forti. La pandemia purtroppo ci ha portato via questo sogno. In realtà è stato difficile proprio ripartire. Ora a Natale cercheremo di recuperare e coinvolgere tutti i nostri soci, perché risentiamo ancora dell’onda lunga della pandemia. Siamo ripartiti poi con la mescita e qualche altra attività, soprattutto quelle a carattere un po' più culturale, non siamo riusciti a riprenderle.

Alcune manifestazioni le organizziamo in collaborazione con la proloco. Io fino ad ora sono stato anche presidente provinciale e per delle iniziative è stato coinvolto il nostro Circolo, ma la distanza è un problema non di poco conto rispetto alla nostra collocazione. Pertanto, abbiamo provato a costruire un rapporto con alcuni circoli vicini per organizzare delle serate comuni, valorizzando l’aspetto culturale, oppure su tematiche ambientali.

Il passaparola è il miglior sistema di comunicazione che esista fra noi!

CIRCOLO “IGINO RALLI” SAN LEO (AREZZO). DA UNA STORICA EREDITA’, RINASCE UN PRESIDIO DOVE RINSALDARE I LEGAMI TRA LE PERSONE E CREARE OCCASIONI DI SOCIALITA’.

Emanuela Del Corto è la Presidente del Circolo “Igino Ralli a San Leo, nell’aretino, giunta al secondo mandato. Le Acli non sono nuove nella sua famiglia, dal momento che uno dei presidenti delle Acli provinciali di Arezzo fu proprio suo padre.

“La vera sfida quotidiana per i circoli Acli come per altri”, dice Emanuela “è riuscire a sopravvivere, in un mondo che sta cambiando e in contesti paesani dove si sconta la difficoltà ad intercettare i giovani. Il futuro passa attraverso il cambiamento e, spesso, non è facile riuscire a far passare nei diversi territori questo messaggio. Il nostro Circolo è una costola del cosiddetto Terzo Settore, che contribuisce “a fare tessuto” fra le persone. “Igino Ralli” è una delle più antiche realtà delle Acli di questo territorio ed è parte costitutiva dell’identità di San Leo degli ultimi decenni; un luogo, un presidio, dove è possibile trovare collettività, socialità, l’opportunità di rinsaldare legami tra i soci, ma non solo, direi tra le persone”.

Un po' di storia…..

Nasce nel 1948 grazie all’impulso di persone provenienti dalle famiglie di San Leo. Il Signor Tosi, possidente di una fattoria, decise all’epoca di destinare parte del suo terreno per realizzare fisicamente uno stabile destinato alle Acli: le famiglie del luogo hanno creduto in un progetto di collettività, dopo la guerra si sentiva il forte bisogno, pertanto, hanno contribuito con la fatica e l’opera delle proprie mani a edificare questa struttura, senza nessuna competenza specifica per quel che riguardava le costruzioni. Ciascuno ha offerto quel po' che poteva, sapendo di destinare quel luogo alla tessitura di rapporti che il conflitto aveva logorato, uno spazio per ricomporre la propria identità. Il legame famiglie e territorio si consolida a partire da questo percorso. Nel 1978, il Signor Tosi, divenuto parte di questa esperienza a cui diede forte impulso, ha deciso di donare, con un atto formale, lo stabile e il terreno circostante al Circolo Acli di San Leo. Questo significa, nei fatti, che, ad ogni rinnovo della tessera, ciascun socio, è proprietario in quota parte dell’immobile. Affrontiamo, quindi, le spese legate alla gestione dell’immobile e, mi hanno raccontato, che esistono solo due casi di questo genere in Italia come Acli. Tuttavia, non dobbiamo pagare un affitto e questo non è di poco conto.

Al Circolo è stato dato il nome di “Igino Ralli”, un nipote di mia nonna, un promettente studioso laureato all’università di Firenze negli anni dopo la guerra, di cui tutti riconoscevano il talento. Negli anni Cinquanta si ammalò di tisi, morendo all’età di trentaquattro anni. Mio padre, uomo capace e lavoratore, aveva un’attitudine nello studio, quindi le famiglie Del Corto, di origine poverissima, riunite, sostennero che se fosse stato garantito a lui il diritto allo studio, lo stesso avrebbero potuto fare i fratelli. Il diritto alla scelta doveva valere per tutti, fu così che le famiglie ottennero due laureati. Queste storie sono impresse nella realtà del Circolo in questo territorio che vanta una eredità importante.

Dopo una prima fase improntata all’aggregazione e alla socialità, Il Circolo “Igino Ralli” ha subito delle battute di arresto?

Vedi, essere associazione significa dare un pezzo di noi agli altri, eppure in molti casi accade che ciascuno rischi di interpretare il Circolo come una “proprietà privata” e mi scuso se mi permetto di dire questo, ma ciò avviene quando primeggiano figure di gestori che monopolizzano le attività. Il Circolo è stato vissuto e percepito in modo erroneo come un qualcosa di proprietà. Io ho dato uno stampo diverso fondato sulla collettività, un concetto non sempre facile da digerire, e io ho voluto ristabilire delle regole, improntate all’onestà e alla trasparenza, più o meno condivisibili. Su questo approccio ho lottato e puntato tanto, ristabilendo anche un legame con le Acli provinciali, rapporto un po' offuscato nel tempo. La mia è stata una battaglia complicata, forse, anche perché ingaggiata dalla prima presidente donna, poco conosciuta personalmente, ma solo attraverso l’appartenenza familiare: ero un’incognita.

Ho ereditato il Circolo nel 2020, investendo subito in un recupero dell’immobile che era stato un po' abbandonato a sé stesso e in disfacimento. La domanda è stata: “torneranno le persone a frequentare il Circolo?”, dopo la parentesi del Covid. Per sopravvivere bisogna essere credibili. Allora ho preso l’HCCP, mettendo tutto in regola e ho messo insieme anche un gruppo delle “freccette” che viene a giocare qui. Quello che il Circolo mi dà lo devo restituire, se manca il senso di comunità non ha ragione di esistere. Io rappresento 350 soci sul territorio aretino, con uno dei circoli più strutturati del territorio e vorrei dire che non ho trovato da parte dello Stato il supporto che mi sarei aspettata per il Terzo Settore. Partecipare ai bandi di sostegno è molto complicato, a causa della burocrazia, accedere è una corsa ad ostacoli. Di certo, non ci si può improvvisare, come presidente di una struttura come la nostra, ma per realtà piccole come le nostre è una strada in salita. Le responsabilità del presidente sono cresciute moltissimo. Io suggerisco l’elaborazione di un vademecum da destinare ai presidenti di Circolo entranti, così da essere puntualmente informati su tutte le incombenze che attendono un nuovo presidente.

Quali sono le principali attività che svolgete?

Per il nostro nuovo consiglio ho voluto puntare su delle persone fidate, in cui ho creduto e grazie al loro apporto, anche fisico, mandiamo avanti il Circolo. Ciascuno ha delle competenze diverse, che mette al servizio delle attività. Abbiamo intercettato e coinvolto un gruppo di donne che, attraverso il proprio lavoro a maglia, hanno offerto un contributo alla costruzione “dell’albero dell’amicizia”, volendo portare in questo mondo un messaggio di pace e di speranza per il futuro. Ci sono soci, non giovanissimi che vengono a giocare a carte, e grazie al supporto della Fap, abbiamo realizzato un breve percorso di quattro incontri, rivolto ai pensionati, riguardo l’alfabetizzazione digitale e il funzionamento dei sistemi informatizzati bancari. Inoltre, il Circolo ha partecipato a degli incontri sul territorio con altre realtà, considerando che rientriamo nell’insieme di quei quartieri che organizzano la “Giostra del Saracino”, un tradizionale torneo cavalleresco che, ancora oggi, riporta la città di Arezzo ai fasti del suo più fiorente Medioevo. Noi abbiamo in proposito organizzato una serata illustrativa per mostrare come opera il quartiere, con il quale abbiamo un legame.

Le Acli provinciali hanno vinto un bando per far conoscere delle figure femminili nella storia, passata e presente e noi abbiamo partecipato ad una serata di cineforum, presentando il personaggio di Madame Curie, veicolando un’immagine al femminile di grande portata sul piano scientifico.

Tramite la Confcommercio, che intendeva scommettere su alcuni commercianti di San Leo, per valorizzare degli spazi della città meno vivi, è stata organizzata una festa del Paese, facendo aderire un misto fra realtà economiche e associative del territorio. Quest’anno volevamo presentare il panino con la salsiccia e cipolla caramellata e ci siamo costruiti la griglia, in particolare l’ha realizzata mio fratello, per rappresentare questo panino a base di maialino del Cosentino, prodotto di qualità eccezionale. Tutti i soci hanno preso l’HCCP e, a norma di legge, ci siamo adeguati. Si è trattato di una scommessa grossa per noi, per i soci, ma volevamo presentarci in modo dignitoso, anche se la cosa era un po' più grande di noi: abbiamo dato da mangiare a circa 500 persone. Quando ho consegnato i “grembiali” ho detto ai miei collaboratori che, in una simile occasione dovevamo essere riconoscibili dagli altri e che, al contempo, stavo consegnando loro un oggetto capace di riflettere una storia di cui andare orgogliosi, quella del nostro Circolo.

Per proseguire con le nostre attività, devo ricordare che accanto a noi, si trova una sorta di casa-famiglia. Una struttura di proprietà di una donna che, all’epoca, accoglieva una ragazza disabile e alla sua morte ha deciso di vincolare l’immobile all’iniziativa del “Dopo di noi”. Quindi, in questo luogo si ospitano persone con difficoltà, ma non necessariamente disabili, con il contributo del comune, dove diverse associazioni si occupano della gestione complessiva. Tra gli ospiti, alcuni rimangono in struttura e altri tornano a casa, quelli che possiamo considerare più autonomi sono diventati nostri soci. Noi crediamo in questo progetto e abbiamo voluto, più o meno d’accordo tutti, che parte delle nostre entrare venisse devoluta a questa realtà. I ragazzi vengono da noi, ad esempio, per vedere la partita e per mangiare un panino: questo anche è fare inclusione.

I Circoli, come il nostro, che sono satelliti della città, rischiano di perdere la loro identità e non sempre si riesce a far convivere culture e identità diverse. Tenere aperto un Circolo è una scommessa. Almeno noi alle Acli di Arezzo abbiamo dei riferimenti che ci supportano, li abbiamo vicini. Credo che sia una scommessa per cui però ne vale la pena.

CIRCOLO ACLI GRUPPO GIOVANI ODV DI BRESSANONE (BOLZANO). IL CORO E IL PROTAGONISMO DEI GIOVANI: ESEMPIO DI INTEGRAZIONE TRA ETNIE E GENERAZIONI.

Il Circolo Acli di Bressanone nasce nel gennaio del 1953, e lo scorso anno ha festeggiato i Settant’anni. Ne ripercorre la storia Cristina Bertoldi, vicepresidente e responsabile del “Gruppo Giovani”. Bressanone, che si trova al confine, vive, negli anni Cinquanta, gli effetti della grande guerra, in una situazione particolare, che si esprime nella forte differenza fra il gruppo italiano e il gruppo tedesco. Questa realtà è parte vitale di quei movimenti che hanno dato i natali al Circolo.

Puoi parlarci Cristina delle circostanze e delle motivazioni che sono alla base della nascita del vostro Circolo?

Numerose regioni vengono rappresentate nella comunità di lingua italiana qui a Bressanone, con le proprie particolarità, al punto che il Circolo Acli nasce qui con lo spirito di unire la popolazione italiana. Don Giuseppe Franco, conosciuto come il prete degli italiani, fonda questa realtà, e in sua memoria, dopo la morte, il Circolo si fa promotore della stesura e della pubblicazione di un libro che ne ripercorre la vita. Il suo primo presidente è stato Guerrino Filippi. Negli anni Cinquanta venivano proposte numerose attività, soprattutto corsi di taglio e cucito, di cucina, di tedesco e di disegno. Naturalmente veniva dato spazio anche al divertimento, con l’organizzazione delle gite e pellegrinaggi: in Trentino e a Roma.

Gli anni 60, vedono l’Alto Adige coinvolto in diversi episodi di terrorismo, adesso anche raccontati in una fiction per la televisione, e le ACLI della provincia di Bolzano, a fianco del vescovo Monsignor Gargitter, si impegnarono per favorire la pacifica convivenza tra il gruppo linguistico italiano e quello tedesco. Possiamo dire, guardando alla relazione di oggi, che sono stati ottenuti ottimi risultati e, se questo legame è proficuo, lo si deve anche alla presenza delle Acli e al vescovo di allora. In proposito, va ricordato come, qualche anno dopo, assistiamo alla fondazione del gruppo Acli di lingua tedesca, il KVW, con il quale come Circolo siamo oggi in contatto e collaboriamo quando si presentano le occasioni. In questa fase della storia del Circolo gli iscritti crescono, ma verso la fine degli anni Settanta va incontro ad un momento di crisi, forse imputabile anche al fatto che l’associazionismo inizia a perdere di valore agli occhi dei giovani.

Nel 1978 viene eletto presidente del Circolo il Signor Angelini, al quale segue Francesco Chignola, alla guida del Circolo fino al 1984. Da questo anno, succede Francesco Bertoldi attuale presidente in carica, forse la presidenza più longeva. Questo è possibile da noi per alcune ragioni: costituendo una realtà molto particolare nel territorio, dove la comunità italiana è contenuta in numero, abbiamo potuto beneficiare di una deroga in merito alla durata dei mandati.

A partire dagli anni Ottanta, nei locali della Ex posta, iniziamo ad avere le prime sedi sociali, spazi che con il tempo diventano più ampi e consoni alle attività della nostra realtà dell’epoca: convegni, conferenze ed eventi conviviali. Riprendono le gite di più giorni e continuano i percorsi formativi avviati in passato. Nel 1989 nasce il Gruppo Acli Giovani. A dire il vero, Bressanone non offriva molto per il tempo libero di bambini e ragazzi e l’associazione ha deciso di offrire loro un posto dove incontrarsi, una volta la settimana, per fare lavori di bricolage, giocare e affrontare tematiche di interesse e alla loro portata. Ad organizzare questi laboratori si prestavano delle donne che, andate in pensione presto, a titolo volontario, hanno scelto di dedicarsi ai bambini di elementari e medie. Realizzarono un presepe, raccogliendo legnetti in strada e altro materiale, poi assemblato in sede, oppure hanno promosso incontri sull’educazione stradale e un progetto sulle barriere architettoniche, ecc. Io partecipavo come bambina, allora, e le proposte per quegli anni erano davvero innovative, considerato che si rivolgevano a queste fasce di età. Importante fu la realizzazione, per alcuni anni a seguire, di un campeggio a Cauria, a cui presero parte i bambini del gruppo. Una rivoluzione per molti di noi bambini, che coglievamo la prima occasione per allontanarci da casa e vivere un’esperienza lontani dai genitori. Questa iniziativa ha avuto una sua continuità fino agli anni 2000.

Tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 abbiamo inaugurato un’altra iniziativa interessante, ovvero la caccia al tesoro: “Scopri la tua città”. Attraverso una caccia al tesoro in bicicletta, le famiglie potevano apprendere curiosità e informazioni sulla storia del nostro paese; Iniziativa riproposta negli anni, e attiva ancora oggi, sebbene in forme differenti. Sempre all’inizio degli anni ’90, si sono intensificate le iniziative volte al rafforzamento e alla conservazione delle tradizioni locali. Ogni anno, nel fine settimana dell’11 novembre, viene organizzata la processione di San Martino, una sfilata all’imbrunire di oltre cento bambini e genitori con le lanterne per giungere al Duomo di Bressanone per la benedizione. Nelle settimane precedenti all’evento i bambini costruiscono a scuola le lanterne. In precedenza, questa manifestazione riguardava il gruppo tedesco, poi è stato introdotto anche da noi, però per questioni logistiche la processione viene separata per i due gruppi.

Gli inizi degli anni Novanta segnano dei passaggi importanti nella storia del Circolo, tra cui la nascita del vostro fiore all’occhiello. Di cosa si tratta?

Nasce il gruppo “Insieme cantando”, il nostro orgoglio. Il gruppo è un coro e siamo felici di aver dato vita a questa esperienza, consapevoli di non trovarne molti altri all’interno dei Circolo Acli. Il nostro ha una particolarità, è nato durante una vacanza in montagna di noi ragazzi con gli animatori. In campeggio all’aria aperta, in assenza della televisione, riempivamo il tempo cantando. Da lì è partita la proposta di proseguire in sede, per chi ne avesse avuto voglia. Praticamente l’ho fondato io il coro, avevo sedici anni all’epoca, e poi si sono uniti altri ragazzini e alcuni animatori per darci una mano. Il gruppo procede ancora adesso ed è composto da venti, trenta coristi, mentre la caratteristica distintiva è data dall’età: il più piccolo ha cinque anni e il più anziano sopra i novant’anni. In questi anni il coro è “cresciuto”, diventando un bell’esempio di integrazione tra etnie e generazioni. Abbiamo bambini di lingua italiana, tedesca, qualche bambino di origine albanese, una sudamericana, qualcuno che arriva dall’Iran. Nonostante la differenza di religione cantiamo anche in Chiesa. Come repertorio spaziamo dalla musica leggera ai canti religiosi del Gen verde e del Gen rosso. Quest’anno siamo impegnati nei canti di Natale e poi vorremmo fare un musical. Ci si trova tutti i venerdì a provare e lo stesso abbiamo fatto durante il covid, a distanza. Quella è stata davvero un’impresa titanica, ma siamo riusciti, è stato un modo per tenere insieme le persone. A casa si registravano i pezzi, poi venivano assemblati, non posso raccontare la fatica di tenere insieme così una trentina di persone, eppure considerato il momento storico questa è stata un’esperienza di grandissimo valore.

La nostra funzione come coro è animare le sante messe e andare nelle case di riposo per presentare i canti, promuovendo la vicinanza tra le generazioni. Sicuramente il coro ha una valenza aggregativa e educativa, anche per i più piccoli, per imparare ad aiutarsi e sviluppare la capacità di sapersi ascoltare, sapersi appoggiare alla voce di un altro. Animiamo le ricorrenze della parrocchia, così come le prime comunioni. In questi anni, abbiamo fatto un po' di trasferte, in zone vicine; inoltre, si è provato ad unire il coro ad un laboratorio di teatro, per realizzare un musical e lavorare con i ragazzi, supportarli a vincere la timidezza e a mettersi in gioco.

Quest’anno, il Concerto dell’Avvento, di cui si occuperà il nostro coro, riprenderà il tema della pace oggetto del Congresso. Tema che vogliamo riprendere in futuro. Cerchiamo di fare la nostra parte. Tradurre in azioni i contenuti e gli stimoli dell’Associazione è per noi un modo per essere e sentirci Acli.

Avete organizzato altre attività? Con quali altre realtà territoriali avete e state collaborando?

Con l’arrivo degli anni 2000, viene intensificata la collaborazione con le scuole, di cui è un esempio la manifestazione “Lanciamo messaggi di pace” e la realizzazione dell’ormai tradizionale calendario ACLI, che vede ogni anno la partecipazione di molti alunni delle scuole cittadine e che viene presentato in occasione della festa di Natale ACLI. Quella del calendario è un’attività in cui si valorizzano disegni e pensieri degli alunni del territorio e il primo anno ha riguardato il tema della pace, con il lancio dei palloncini. La proposta alle scuole non si è fermata, andando in direzione di altri temi, come i diritti dei bambini, l’amicizia, la musica e le barriere architettoniche. Quest’anno proporremo il tema “365 giorni senza violenza”, affrontando la questione del bullismo e della violenza di genere e di altri tipi di violenza: a questo progetto partecipano ogni anno una media di 15-20 classi italiane e tedesche di Bressanone.

Dal 2005, conclusa l’attività del campeggio, è stato avviato un campo estivo a Bressanone detto “Vacanze in città”, di una durata variabile tra le 4 e le 5 settimane, per un gruppo ragazzi con la collaborazione di diverse associazioni, in modo da coprire il periodo estivo. Questo servizio puntava ad offrire un sostegno ai genitori lavoratori, con azioni coordinate dal Comune e sostenute dai fondi della Provincia autonoma di Bolzano. Nel 2021, le difficoltà burocratiche e di reclutamento di animatori, capaci di accompagnare i ragazzi, hanno impedito il proseguimento dei campi estivi, ma ogni estate eravamo arrivati ad una media di sessanta, settanta iscritti, in un progetto che è sempre stato per sua natura multietnico.

Dal 2010 è attivo, invece, il servizio di doposcuola e supporto compiti, uno o due pomeriggi la settimana, organizzato in sede alle Acli, con l’accompagnamento di alcune ragazze dell’università: a Bressanone abbiamo scienze della formazione e troviamo delle collaborazioni con diversi studenti per la nostra iniziativa con i bambini. Questo servizio non è totalmente volontario, le ragazze vengono retribuite, ma per tutti gli aspetti organizzativi facciamo fronte noi.

Da qualche anno offriamo un servizio CAF, durante il periodo delle partiche di 730, vengono da Bolzano. Offriamo un soggiorno al mare per gli iscritti tra giugno e inizio luglio. Continua anche la tradizione delle gite, come quella a Capodanno al Lago Trasimeno. Inoltre, non mancano le presentazioni di libri: per citarne una, ricordo la presentazione de “La bambina con la valigia”, molto apprezzata e il testo su Ilaria Alpi.

Una cosa davvero particolare che si tiene il Venerdì Santo, prima delle Palme, è la Via Crucis, promossa da Acli con altre associazioni. Prima del Covid si realizzava in forma itinerante, e solo dopo ha assunto una “forma digitale”, registrata con letture riprodotte da soci e volontari. Le registrazioni vengono assemblate e poi il lavoro viene messo a disposizione degli interessati e, soprattutto, delle case di cura e di riposo. Questo è un modo per essere vicini a coloro che, in condizioni di fragilità, non potrebbero uscire per assistere ai riti della Settimana Santa: un altro modo di esserci come associazione per le persone. Da alcuni anni aderiamo alla Via Crucis proposta dalla parrocchia San Michele di Bressanone, che la anima in presenza. Quella itinerante non è stata più organizzata perché le persone, ormai in età avanzata in questo paese, facevano più fatica a spostarsi, percorrendo le lunghe distanze tra una chiesa e l’altra.

Con alcune associazioni si collabora su iniziative specifiche. Dall’anno scorso io faccio parte della rete antiviolenza del territorio; la provincia ha promosso dei gruppi di lavoro sulla violenza e del gruppo di Bressanone facciamo parte anche noi. Anche per questo uno dei temi del calendario è stato questo.

CIRCOLO ACLI SAN BARTOLOMEO FRASSINELLE (ROVIGO). “LA FORZA DEL FILO DI LANA” PER OPPORSI ALLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE. UNA BATTAGLIA CHE ENTRA ANCHE IN CARCERE

Presente sul territorio dal 1955, il Circolo Acli San Bartolomeo di Frassinelle, nasce nella parrocchia, diventando un punto di riferimento per il territorio anche grazie al bar. Con il tempo, a causa di alcune vicissitudini, il parroco decide di non dare continuità a questa esperienza, così come era stata conosciuta fino ad allora. Arriva il momento della svolta: l’attuale presidente Gianfranco Bianchini e sua moglie, trasferiscono la sede del Circolo a casa propria, in cui era già installato un museo del presepe. La tenacia e la vitalità di questa coppia ha dato vita ad un percorso straordinario del Circolo, cambiando il volto di una realtà vicina, da sempre, alla comunità e attenta ai bisogni di tutti i cittadini.

Anna Maria Sgualdo, la moglie di Gianfranco, è la responsabile delle diverse iniziative progettuali, e non fa mistero della dedizione e della cura con cui hanno accolto la sfida:

“noi avevamo questa cosa nel cuore, offrire un’opportunità ai nostri soci che garantisse un legame e una diffusione del servizio sociale, svolto da ormai molti anni e, soprattutto, non volevamo disperdere un importante patrimonio umano, così come si era generato. Mio marito è un appassionato di presepi, un estimatore che, ad un certo punto, ha coltivato l’idea di realizzare un presepe in pianta stabile; pertanto, nel 2016 abbiamo edificato un capannone, installando una mostra visitabile tutto l’anno, per poi riservare uno spazio da dedicare alla sede del nostro Circolo, nel quale ci ritroviamo ogni settimana, pronti ad immaginare alcune attività sociali a cui dare vita. Eravamo consapevoli di non poter chiedere spazi al Comune, salvo una ex scuola che non era agibile ai tempi, pertanto, in accordo con le Acli provinciali, per continuare a vivere questa avventura associativa, ci siamo trasferiti da noi e ne siamo orgogliosi. Abbiamo fatto le cose come si deve. Quando è arrivato il Covid, che ha rappresentato una parentesi destabilizzante, lasciando impresso un segno, abbiamo compreso come il nostro Circolo fosse diventato “una vera terapia” per le persone, offrendo l’opportunità di incontrarsi. Noi eravamo qui per la comunità, le persone non erano sole.

Malgrado il trasferimento del Circolo da noi, nella comunità in parrocchia, con Gianfranco, avevamo realizzato dei centri estivi per i ragazzi, dei laboratori, organizzando anche degli incontri con dei missionari, volendo provare a guardare oltre i confini del nostro territorio, rivolgendoci anche ai più giovani. Per due o tre anni siamo stati chiamati anche dall’assistente sociale del Comune, per impegnarci in un progetto rivolto ad un ragazzo con delle difficoltà: alla fine dell’estate, abbiamo allestito uno spettacolo teatrale, facendo in modo che il ragazzo vi prendesse parte. Eravamo già allora molto attivi.

Non appena approdati alla nuova sede, il primo pensiero è stato quello di organizzare un gruppo di canto popolare, denominato “i Salmari”. All’inizio ci si ritrovava per cantare e per suonare; poi preparavamo dei lavori da distribuire in opere di solidarietà, finché non abbiamo capito che eravamo davvero in grado di costituire un gruppo capace di portare la propria musica nel territorio: così abbiamo iniziato nelle case di riposo, nelle associazioni, nelle scuole, con l’intento di recuperare e condividere il valore della tradizione e del canto popolare delle nostre zone. Questo riteniamo sia un messaggio significativo, che continuiamo a trasmettere ancora oggi, non sono nei dintorni, ma arrivando a Padova, anche in Emilia-Romagna e tutto gratuitamente. Affianco a ciò, abbiamo un gruppo di donne che ci cimenta in alcuni lavoretti manuali, quindi, ci rechiamo nelle case di riposo o altrove, portando un pensiero, frutto del loro lavoro: portaocchiali, portacellulare, ecc. accompagnato da un messaggio del Circolo, che i destinatari apprezzano moltissimo. Ad oggi siamo già usciti circa sessanta volte, tanto per dare la misura di quale impegno è per noi. Questo gruppo di donne si ritrova il mercoledì, per creare manufatti da dedicare alle attività sociali, ad esempio le coperte per i senzatetto; oppure siamo stati contattati dalla Caritas che ci ha chiesto dei lavori, organizziamo la camminata dell’ottobre rosa. Non ci fermiamo.

Il prossimo anno festeggeremo Settant’anni di presenza sul territorio e, in occasione del Sessantesimo ci è venuto in mente di scrivere un libro, ripercorrendo il percorso e le tappe della nostra esperienza. Abbiamo scelto di dividerlo in capitoli che raccolgono la storia, attraversando il tessuto della comunità, di dieci anni in dieci anni. Il testo è ricco di illustrazioni e narrazioni dalla voce diretta delle persone, con riferimenti precisi, aneddoti, da cui emerge tutta la vivacità di questo Circolo.

Abbiamo raccolto molto in questi anni e stiamo continuando a dare….

Il vostro impegno si contraddistingue per l’attenzione alla dimensione di genere, per contrastare la violenza, come avete intrapreso questa strada?

Negli anni tra il 2018, 2019 una suora, una cara amica, di una Repubblica centroafricana, mi contatta, pregandomi di chiamare sua nipote a Modena, perché ha espresso la necessità di un nostro supporto. Questa è stata l’occasione per conoscere il gruppo “Viva Vittoria”, un’associazione nata a Brescia contro la violenza nei confronti delle donne, attraverso la realizzazione di quadrati ad uncinetto a ferri, che vanno a ricoprire le piazze della città coinvolta nell’iniziativa promossa. Io mi sono messa in movimento subito, per capire come questa iniziativa potesse essere trasportata a Rovigo. Il primo passo è stato quello di costruire attorno una rete, con il coinvolgimento del Comune, della nostra presidente Acli, l’avvocato Causin, che mi ha dato ampio mandato per agire in questo senso. Il Comune, oltre al libero accesso alle piazze, ha fornito uno spazio dove le donne potessero incontrarsi e lavorare all’uncinetto. Siamo partiti ad aprile dell’anno scorso, con la conferenza stampa. Avevamo un vincolo sulle misure dei quadrati: 50x50 cm da unire con altri quadrati (in tutto quattro), tutti di provenienza diversa, e poi li abbiamo cuciti con il filo rosso, simbolo della violenza contro le donne. Si formano così coperte di un metro e per ricoprire la Piazza di Vittorio Emanuele a Rovigo avevamo bisogno di quattromila e quattrocento quadrati: ne abbiamo messi insieme oltre tredicimila. Abbiamo coperto la piazza quasi tre volte e, con la vendita dei quadrati, a sostegno del Centro antiviolenza del polesine, abbiamo raccolto oltre quarantasette mila euro: basti pensare che tutto questo è partito dal nostro Circolo, non è incredibile?

Avevo capito da subito quanto il progetto fosse più grande di me, quindi, ho iniziato a spostarmi per costruire una rete di referenti che potessero appoggiare l’iniziativa, sostenendola fattivamente. Per due mesi io e mio marito ci siamo messi in marcia nei diversi comuni, contattando i sindaci, per provare a capire se esistessero realtà specifiche già impegnate su questo tema. L’esito di questo processo è stata la creazione di un gruppo whatsapp con i diversi referenti interessati e adesso abbiamo un patrimonio umano straordinario, delle risorse fuori dal comune. L’adesione è stata molto ampia, al punto che mi ha commosso. Sono stati costruiti tessuti con le associazioni, le scuole, le case di riposo, insomma con un territorio intero. Stiamo cercando di scrivere un libro per raccontare questi avvenimenti carichi di emozioni.

Le realtà che ci sono vicine sono Auser, Anteas, e collaboriamo anche con Bandiera gialla di Rovigo, che si fa carico di supportare le famiglie in difficoltà. Loro rappresentano uno dei nostri principali supporti. Ci siamo conosciuti e mio marito va al loro deposito per raccogliere frutta e verdura da destinare alle famiglie che hanno necessità del nostro territorio. All’inizio non potevamo sostenere economicamente questa associazione e abbiamo proposto di portare del materiale, pensando al presepe, offrendoci di organizzare una mostra insieme, con l’obiettivo di raccogliere fondi per loro. Un successo enorme. Quando poi si è trattato di imbarcarci nell’avventura di “Viva Vittoria” abbiamo trovato in Davide di “Bandiera gialla” un fattivo sostegno, perché loro hanno i mezzi e le risorse umane. C’è stata una grande collaborazione. In principio è stato per aiutare le famiglie poi, il legame si è ampliato.

Il progetto ha conosciuto un ulteriore sviluppo, in maniera del tutto inaspettata, vero?

Certo, quando ci è venuto in mente di portare questo progetto in carcere. Non sapevamo ancora potesse essere fattibile, quindi abbiamo cercato, scoprendo che, a Rovigo, si trova un carcere di massima sicurezza, occupato da soli uomini. Prima di allora non ne ero a conoscenza. Non potevamo sperare di contrastare la violenza agendo sulla sensibilità delle donne: questa è stata la spinta per coinvolgere gli uomini, in carcere, e anche loro portatori di un trascorso difficile. Una sfida senza alcuna garanzia di successo, ma ci siamo detti che dovevamo farlo. Io e un’altra volontaria siamo entrare in carcere; non era scontato riuscire ad impegnarli nelle attività con l’uncinetto. La lotta alla violenza contro le donne è stata la nostra proposta di ingaggio, mentre l’uncinetto è stato il tramite: abbiamo chiesto la loro disponibilità ad offrirci una mano per questo obiettivo. I detenuti hanno organizzato dei lavori per allestire una intera piazza, imparando a lavorare all’uncinetto, coinvolgendo le proprie famiglie distanti, dalle diverse regioni del Paese.

Questo progetto con il 31 di maggio si è concluso, ma i detenuti di hanno chiesto di non interrompere: “Annamaria hai acceso una luce ora non spegnerla”, mi hanno detto. Non c’erano altri laboratori nell’istituto penitenziario. Adesso lo stiamo proseguendo solo come Circolo, con il supporto delle Acli provinciali, istituendo un laboratorio di borse. Ultimamente, abbiamo intrattenuto dei rapporti con il Pronto soccorso di Rovigo, dove il primario si è detto disponibile ad aprire uno sportello rosa, con la presenza di “Viva Vittoria”; situazione propizia per consegnare le borse fatte dai detenuti, da donare alle donne vittime di violenza che si rivolgeranno allo sportello. Vorremo fare anche collane e bracciali con i detenuti.

Una simile iniziativa ci ha dato modo di incontrare realtà associative che non conoscevamo ed è stata strumento di diffusione delle attività del nostro Circolo, nonostante siamo a Rovigo da 70 anni, così sono state conosciute maggiormente le Acli. Un progetto così generativo ha rappresentato una scommessa da pazzi e la strategia vincente è stata quella di aprire ad altri territori, uscendo dal nostro contesto. Ho consegnato un lenzuolo bianco, sul quale abbiamo ricamato il nostro Circolo e usato il filo rosso, per farlo girare tra i gruppi che hanno lavorato a questo progetto; ciascuno inserisce il proprio ricamo e il 25 novembre vogliamo donarlo al Comune. Ci interessa testimoniare che, oltre a sacrificio di tantissime donne, è importante anche l’impegno di altrettante donne che hanno lavorato per contrastare questa follia (sebbene non solo donne). Per il 25 di novembre dovrebbe arrivare anche il nostro libro, speriamo!

Questo lavoro è stato così intenso, dal punto di vista fisico ed emotivo, e non è facile sostenerne la continuità. Però poi io penso alla piazza con i quadrati ricamati e mi ricolma di tutta la fatica. Adesso è il momento di strutturare, è il tempo per proseguire con i contatti. Non possiamo più usare il logo di “Viva Vittoria”. Dentro il mondo che abbiamo messo in comune c’è di tutto e dobbiamo trovare un modo per tenere insieme tutti…. La forza del filo di lana.

Cosa significano le Acli per voi?

Le Acli sono aggregazione: un valore umano incredibile, però bisogna credere e investire, essere aclisti non è una cosa da tutti. Si devono saper creare delle opportunità per il territorio e se non fai questo con passione, non ci credi sul serio, non poi riuscire. Se perdiamo i territori, perdiamo le fondamenta, diffondere questo spirito è l’antidoto. Forse se non si è disposti a rischiare e a metterci un pizzico di follia i processi non si attivano. Chi non ci conosce deve avare l’opportunità di entrare dentro e respirare quello che siamo stati in grado di fare come Acli.

Con il progetto sulle donne si sta chiudendo un ciclo, ma da questo seme nascerà un altro percorso: deve essere un ciclo generativo. Ora dobbiamo riflettere, ma vorremmo prendere un appartamento in collaborazione con il centro antiviolenza per offrire un posto alle vittime.

….Adesso ci chiamiamo “La forza del filo di lana”, un filo che non si spezzerà.

CIRCOLO PUNTO FAMIGLIA ACLI “IL GIARDINO SEGRETO” - EBOLI (SALERNO). TRA CIELO E TERRA: AZIONE PEDAGOGICA E EDUCATIVA PER PROMUOVERE IL PROTAGONISMO FAMILIARE

Ci sono famiglie ad Eboli che hanno trovato un forte sostegno, un luogo dove beneficiano delle iniziative laboratoriali, delle attività di dopo scuola e ludico-ricreative, promosse dal Punto famiglia Acli. Famiglie che negli anni hanno supportato i numerosi progetti che l’associazione ha dedicato alla promozione della pratica della lettura ad alta voce attraverso l’opera dei volontari LaAV.

Vitina Paesano detta “Vita”, la presidente, ci introduce il senso del progetto de “Il Giardino Segreto”, struttura affiliata alle ACLI e impegnata nell’azione educativa e pedagogica rivolta a piccoli e grandi, nella cui sede opera un Punto Famiglia “luogo di promozione del protagonismo familiare”. La presidente è accompagnata da altre due socie fondatrici, che intervengono fornendo spunti e dettagli sulle iniziative.

Così inizia Vita:

a novembre 2019 nasciamo come Circolo Acli Punto famiglia. La struttura in cui ci troviamo è un istituto di suore delle figlie del Cristo Re, una scuola paritaria, nella quale io ho insegnato per circa trent’anni. La scuola ha chiuso e non volevamo rischiare di perdere ciò che rappresenta questo luogo, un tale patrimonio sul territorio poteva disperdersi. Insieme ad un gruppo di collaboratori che sono rimasti al mio fianco, i fondatori li chiamo, abbiamo scelto di rilevare la struttura, offrendole una duplice funzione: una parte, destinata a rimanere com'era in origine, ha garantito la frequentazione dei ragazzi tramite un programma didattico e culturale di carattere religioso; per la parte restante, invece, abbiamo cercato di appoggiarci alle Acli quando è parso evidente che poteva supportare la nostra idea progettuale, condividendone la spinta e lo spirito.

Qual è l’idea di fondo che avete coltivato e accompagnato attraverso la vostra progettualità?

L’istituto delle figlie di Cristo Re, essendo una scuola paritaria, in termini di requisiti, quindi orario e programmi di attività, è assimilabile in tutto e per tutto alla scuola pubblica. Un’offerta non sempre sostenibile per le famiglie di questo territorio, che presentano esigenze e problematicità tali da richiedere un servizio scolastico su misura, capace di accogliere i bambini in un contesto di sviluppo, con fasce orarie diffuse durante il giorno. Pertanto, la nostra è un’idea di scuola “parentale”, intenzionata a dare delle risposte a supporto delle donne, in primis, quelle che lavorano, proponendo un orario di apertura della scuola dalle sei del mattino fino alle 18 la sera. La chiusura alle 16.30 non era fattibile nella proprosta tradizionale, così come diverse sono le esigenze di lasciare i bambini prima delle 8 e trenta il mattino. Da qui nasce un punto famiglia per le famiglie, non una scuola propriamente detta, ma qualcosa di diverso. Adesso per la parte di scuola la mattina non abbiamo più la primaria, ma solo bambini da due a sei anni. Durante il pomeriggio, cerchiamo di seguirli con l'aiuto compiti. L’estate non chiudiamo: luglio e agosto facciamo progetti estivi, campi estivi, corredati da uscite sul territorio, con l’obiettivo di mantenere e alimentare quel filo, quel legame, costruito con le famiglie: non vogliamo venga a disperdersi dopo il lavoro fatto. Siamo insieme al bambino da quando ha un anno e cerchiamo di accompagnarlo nel suo percorso con le famiglie, cerchiamo di dare un indirizzo ai bambini, e il legame con la famiglia è indispensabile, anche dopo.

Una risorsa preziosa per noi è il cortile/giardino, molto grande, che offre la struttura, un po' nascosto alla vista dalla strada e per questo da noi denominato “Il giardino segreto”, nome che abbiamo dato al nostro Circolo. I bambini hanno bisogno di spazio e noi li lasciamo muovere ed esprimersi fuori, anche superato l’orario. Ha una grande valenza aggregativa per noi che impieghiamo questo luogo anche come spazio per le mamme, affinché sia vissuto con i loro bambini. Quando li vengono a prendere alla fine si fermano con i propri figli per la merenda, oppure si intrattengono a parlare fra loro. C’è da dire che Eboli non ha un parco giochi per bambini e la nostra presenza fa la differenza. Quando abbiamo deciso di occuparci di questa struttura, ci siamo trovati nella condizione di dover recintare il giardino. Il papà di un bambino con autismo, che lavorava in banca, era uno dei nostri amici a cui mi rivolsi per ottenere un contributo economico a sostegno della nostra iniziativa, quando doveva partire. Lui mi portò a conoscere un venditore della zona che ci ha messo a disposizione i materiali, aiutandoci anche a recintare: questo spazio chiuso, protetto è messo a disposizione gratuitamente anche per i bambini con problemi di autismo che frequentano, o anche altri più grandi, ad esempio il papà nostro amico ha le chiavi, per far giocare il figlio che ha ormai nove anni.

Noi siamo contrari ad accettare i fondi in qualunque forma sia dal comune, che dalla provincia, tanto meno le regioni; accettiamo soltanto il contributo dei genitori che ci aiutano volentieri e delle Acli, che sono state impagabili soprattutto durante il Covid quando abbiamo rischiato di chiudere. L’anno scorso in collaborazione con le Acli abbiamo realizzato due bei progetti con il contributo del cinque per mille: uno riguarda la libreria Giunti e la collaborazione per l’acquisto di testi e l’altro concerne il recupero dei vecchi laboratori di cucito, ricamo, maglia, ecc. per contrastare l’uso dilagante dei dispositivi elettronici. Solo con l’apporto delle Acli siamo riusciti a comprare una macchina da cucire e tutto il materiale necessario alla realizzazione die laboratori.

Del progetto “Giunti”, legato alla libreria ce ne parla Ester Pepe, una stretta collaboratrice di Vita, che ha seguito in prima persona le attività…..

Il progetto nazionale Giunti si chiamava “Mille libri” ed era rivolto alle scuole in principio. Noi abbiamo contattato il rappresentante di Giunti, il quale preciso che anche le associazioni potevano aderire. Poiché era rivolta ai bambini della scuola primaria, dalla prima alla quinta, noi abbiamo esteso fino agli undici anni. Io e la dottoressa Lucia Vitale, anche lei socio fondatore del Giardino segreto e uno dei pilastri di questa associazione, siamo volontarie LaAV, della realtà del professore Batini, all'Università di Perugia. Quindi pratichiamo la lettura ad alta voce, uno strumento prezioso che, mutuandolo dalle nostre esperienze personali, abbiamo portato in Acli. Svolgiamo dei laboratori di lettura ad alta voce, però naturalmente sempre su un tema. Attraverso la nostra rete costruiamo molti laboratori, approfittando dell’iniziativa della Giunti, che ci ha permesso di ampliare la varietà “bibliografica”: abbiamo incrementato il numero dei testi a disposizione su temi differenti, oggetto dei nostri laboratori di lettura ad alta voce.

La maestra Vita, invece, si sofferma sulla seconda iniziativa, quella che con un po' di orgoglio, si è proposta di dichiarare “guerra” all’uso in eccesso dei dispositivi elettronici da parte di bambini e ragazzi:

La convinzione che ci ha spinto in questa direzione proviene dalla constatazione di come trascorrono il tempo questi ragazzini fino anche a dodici anni, ma anche prima. Vengono lasciati a casa spesso tutto il giorno nel week end, oppure stanno con i nonni, che non possono sorvegliare, davanti a tablet, televisioni o smartphone. Noi abbiamo provato a diffondere qualche locandina, poi abbiamo iniziato a chiedere di portare una bambola, piuttosto che il supereroe, per rimparare a cucire un indumento da far indossare al proprio giocattolo. Una volontaria sarta si è messa a disposizione e, con la macchina da cucire che avevamo, abbiamo appreso a cucire i vestiti delle bambole, a fare l'uncinetto, il ricamo, ecc. Questo ci ha permesso di far uscire i bambini da casa, di incentivare la loro socializzazione nel fare. Ci siamo dedicati al recupero delle vecchie arti: la pittura su stoffa è stata una delle migliori esperienze vissute dai bambini, con delle tecniche di pittura i bambini potevano decorare le loro magliette e scambiarsele oppure metterle.

Avete immaginato momenti e iniziative per coinvolgere più attivamente i genitori e, quindi gli adulti?

Abbiamo realizzato un Presepe natalizio con materiale riciclato, bottiglie di vetro, con le quali sono stati realizzati i pupazzi, scatole di cartone, pietre raccolte da terra, ed è un presepe particolare, perché al suo interno abbiamo inserito un carrarmato nella grotta, con l’intento di comunicare simbolicamente l’incessante presenza della guerra nel nostro quotidiano. Inoltre, abbiamo fatto disegnare, nella settimana di Natale, ai bambini, delle armi come fucili, bombe, ecc., insieme abbiamo acceso un falò per bruciare questi disegni: un gesto significativo volto a spiegare ai bambini che l’unica strada possibile è la pace. Le tombolate le facciamo anche per i genitori e, a fine anno, organizziamo una festa genitori e bambini insieme; in questo contesto, i bambini spingono i genitori a sperimentarsi attraverso i vecchi giochi di una volta, come il tiro alla fune, ruba bandiera, e sono i piccoli a spiegare le regole dei giochi. L’abbiamo pensata come un’occasione per far comprendere ai genitori la necessità di trascorrere più tempo con i propri figli, dedicando loro attenzione e spazio, fermandosi, considerando che durante l’anno si corre e non ci si sofferma. Questa diventa l’occasione anche per proporre delle presentazioni di libri, grazie ad un socio fondatore che e' Presidente di un centro culturale e di una casa editrice. Quando piove si usa l’interno e insomma cerchiamo di essere attivi anche culturalmente.

Durante il covid, per non perdere il contatto con i genitori abbiamo lanciato l’iniziativa di scrivere noi un libro. Si tratta di un progetto editoriale denominato “Il Giardino Segreto tra Cielo e Terra (ai tempi del Coronavirus)”. Che raccoglie le parole, i pensieri e i sentimenti di ventisette mani, mamme e papà, tradotti in una favola. Un libro che parla di noi e della bellezza di un contesto in cui educatrici, famiglie e bambini intraprendono un percorso insieme. Io ho iniziato a scrivere un pezzettino di racconto, chiedendo ai genitori di continuare il lavoro inserendo i loro contributi, per poter realizzare un testo collettivo, scritto a più mani. Questo percorso ha previsto anche un sostegno psicologico che ha accompagnato i genitori, curato dalla dottoressa Vitale. Lo abbiamo stampato alla fine, scrivendo una sorta di favola davvero bella.

La nostra realtà può essere comprensibile se vissuta, se partecipata attivamente dall’interno, per capire tutto quello che facciamo e il modo in cui lo facciamo. Siamo stati chiusi per diverso tempo, a causa del covid, e abbiamo affrontato periodi burrascosi anche a livello comunale. Ma siamo sopravvissuti e questo ci è parso già un miracolo.

Noi con altre realtà abbiamo collaborato, sporadicamente, come ti hanno detto le altre, con il centro culturale studi storici e qualcun’altra. Poi siamo noi soci fondatori che, attraverso i contatti e le nostre conoscenze coinvolgiamo qualche altra realtà. Ognuno ci mette il suo. Siamo un gruppo di figure professionali in ambiti differenti: chi insegnante di matematica, chi insegnante dell’asilo, chi psicoterapeuta, ecc. Ci siamo ritrovate qui, mettendo in comune saperi e approfondimenti, come quello sulle neuroscienze, cercando di introdurre delle novità, degli approcci diversi, per i bambini, per offrire una proposta innovativa al territorio. Ad esempio, abbiamo organizzato gratuitamente dei corsi basati sulla teoria della modificabilità cognitiva strutturale, del metodo Feuerstein, che promuove l’opportunità di attivare cambiamenti cognitivi anche in presenza di problematicità (condizioni di svantaggio, ecc.). Oppure, abbiamo realizzato un centro estivo gratuito, con i materiali del maestro Bortolato, metodo analogico che propone un approccio all’insegnamento fondato sulla visione d’insieme, più vicino al modo di elaborare informazioni dei bambini, alternativo all’offerta di contenuti a pioggia. Ci sarebbe da raccontare sulle attività che abbiamo svolto….

Con le Acli, come è stato questo incontro?

Le abbiamo corteggiate un po' noi. Dopo il primo colloquio ci siamo intesi perfettamente e il supporto è totale in tutte le iniziate e i progetti che svolgiamo. C’è un’intesa tale che ti fa capire di essere nel posto giusto, con cui condividere una stessa idea nella cura delle persone, nell’attenzione alla famiglia, ad esempio.

La prima iniziativa che abbiamo realizzato con i fondi del cinque per mille delle Acli è stata la casetta del bookcrossing. In realtà, questa casetta l'hanno consegnata le Acli provinciali di Salerno, a tutte le strutture di base. Ce l'hanno regalate e l'abbiamo installata proprio vicino l'ingresso della Chiesa, Madonna delle Grazie, adiacente al nostro cancello. Naturalmente era necessario avere una struttura associativa tale da permettere quella installazione e abbiamo fatto una bellissima manifestazione. Abbiamo invitato il sindaco, l'assessore alla cultura, i nostri genitori e i bambini. Ad Eboli ce l'abbiamo noi.

Noi siamo ad Eboli, la struttura è grande però occupiamo solo il piano terra, con il giardino. Abbiamo iniziato un progetto sui disturbi specifici dell'apprendimento, promuovendo la formazione delle nostre collaboratrici presso l'associazione nazionale CNIS della Prof.ssa Lucangeli, che ha anche una sede a Salerno. Purtroppo il Covid ha tagliato le gambe a questa idea che avrebbe potuto dare risposta ai bisogni di tante famiglie del nostro territorio. Prima avevamo a disposizione anche il secondo piano della struttura, in seguito abbiamo rinunciato a tenerlo, non era possibile. Nel territorio c’è una grande esigenza per questo genere di problemi dei bambini e le famiglie non possono contare su strutture, o figure specializzate. Questi bambini vivono una frustrazione continua e le richieste delle insegnanti non sono mai individualizzate. Magari riusciremo a riattivarlo. Si può e si deve fare sempre di più.

CIRCOLO ACLI “PUNTO FAMIGLIA” SANTI VALENTINO E ILARIO (VITERBO). “NONNI E NIPOTI”: IL TURISMO INTERGENERAZIONALE E IL RAPPORTO CON L’AMBIENTE RURALE

Nel quartiere Villanova a Viterbo c’è un Punto famiglia Acli, che ha scelto di mettere al centro il rapporto tra due generazioni, con l’intenzione di costruire dialogo e connessioni all’interno di due mondi, a tratti distanti, ma che cercano spazi di incontro. L’attenzione non è posta solo sulla dimensione relazionale, ma anche sugli aspetti ambientali e rurali che caratterizzano il territorio viterbese.

Elena Bocci ci parla con passione ed entusiasmo dell’iniziativa che ha contribuito a sviluppare nel Circolo Acli Punto Famiglia Santi Valentino e Ilario, un progetto a cui si dedica da tempo, sulla scia di quanto costruito dall’Università di Milano, grazie alla Professoressa Antonietta Albanese, qui al suo fianco, desiderosa di offrire un contributo a questo racconto.

Elena, partiamo con te. Quali caratteristiche ha il Circolo Acli Santi Valentino e Ilario?

Il presidente del Circolo Acli è Giovanni Biancalana, sebbene la presidenza adesso vada incontro al rinnovo delle cariche, ma quattro anni fa, avveniva il nostro insediamento nel Circolo, che da subito è partito con un progetto rivolto a due specifiche fasce di età della popolazione del quartiere. La vocazione del nostro Circolo è la famiglia, intesa come rapporti tra le generazioni, non a caso siamo un Punto Famiglia Acli, e pensiamo che tale caratteristica sia ben declinata attraverso il progetto “Nonni e Nipoti di Viterbo”. Un’esperienza che vanta un certo trascorso storico, circa venti anni, già sperimentata dalle Acli provinciali di Viterbo: un progetto che, nato al provinciale, ha trovato il suo spazio naturale qui da noi, nella nostra realtà, nutrita dall’adesione di quasi quattrocento soci. Condividere questa idea ci ha permesso di coinvolgere attorno molte persone interessate, più di quanto ci saremmo aspettati.

Tale iniziativa, “Nonni e Nipoti”, si inserisce in un quadro di attività più ampio, nascendo all’Università degli Studi di Milano, alla facoltà di scienze sociali e politiche, con la Professoressa Antonietta Albanese, allora, direttrice del laboratorio di “incontri generazionali”: una sfida che puntava ad individuare dei punti di incontro tra le generazioni. Ormai da diversi anni, assistiamo ad una sfasatura culturale e relazionale tra le generazioni, e la professoressa, in tal senso, mirava a creare dei ponti tra le generazioni. L’intuizione è stata quella di immaginare una nuova formula turistica, conosciuta come “turismo intergenerazionale”, volta a favorire l’incontro e la socializzazione tra generazioni diverse. Per delineare meglio il percorso intrapreso, cogliendone gli aspetti principali e maggiormente generativi, vorrei fosse proprio la Professoressa Albanese a parlarne.

Professoressa può raccontarci più nel dettaglio la genesi di questo progetto che si è concretizzato nel Circolo Acli di Viterbo?

Vorrei fare una precisazione, che forse può essere utile per circoscrivere l’ambito e comprendere l’approccio adottato. Il laboratorio “incontri generazionali” studiava il tema dei linguaggi informatici e della comunicazione intergenerazionale, da qui l’avventura in cui ci siamo imbarcati con alcuni colleghi della facoltà di ingegneria, partendo dalla considerazione che la principale frattura fra le generazioni può essere ricondotta proprio all’informatica e al rapporto con il computer; per tali ragioni abbiamo ritenuto che tale veicolo potesse invece diventare fonte di un legame, di un rapporto tra le generazioni. Pertanto, abbiamo dato seguito a delle iniziative formative in un rapporto uno ad uno: uno studente delle scuole superiori insegnava ad un anziano a navigare in internet e ad usare questi strumenti informatici. I primi a sperimentare sono stati gli studenti del tecnico informatico e, a seguire, una serie di scuole superiori a Milano, poi a Bergamo. Il Ministero della pubblica istruzione ci ha chiesto di estendere il progetto su scala nazionale, coinvolgendo alcune scuole superiori individuate da loro. Quindi, i ricercatori sono andati a Firenze, in Calabria, raccogliendo numerosi dati con la disponibilità dei giovani ad insegnare e degli anziani ad apprendere dai ragazzi, non avendo difficoltà a manifestare timori, incomprensioni o richieste di aiuto durante il percorso di apprendimento, considerando i giovani come dei loro nipoti. Questo successo ci ha condotto a sperimentare un approccio intergenerazionale in situazione vacanza: per una settimana i ragazzi delle superiori partivano, per il Trentino, con gli anziani che aderivano all’iniziativa, attraverso l’Università della Terza età, oppure mediante associazioni del territorio. L’elemento di congiunzione in queste gite partecipate (insieme giovani e anziani) è stata la fotografia digitale, grazie all’attività di laboratori serali, di un’ora circa, in cui cimentarsi nell’elaborazione digitale delle fotografie fatte insieme durante questa breve vacanza. Nel corso della settimana, oltre alle escursioni previste da calendario, venivano previsti dei contesti di discussione, come un cineforum serale, lo spazio per un dibattito, dove poter scambiare le emozioni legate ai vissuti di questa esperienza, alimentando solidarietà fra le due diverse generazioni. Così nasce il progetto del “turismo intergenerazionale” che Elena Bocci ha saputo coniugare nelle realtà territoriale delle Acli di Viterbo, con la sua abilità di coinvolgimento di enti ed istituzioni a livello locale. In Sardegna, in Toscana e altrove in Italia si sono estese le sperimentazioni del progetto, ma la realtà di Viterbo grazie ad Elena e alle Acli è una delle più proficue e capace di alimentare la generatività creativa degli anziani. Su questo, appunto, a breve abbiamo intenzione con Elena di pubblicare un articolo, che in qualche modo, sarà anche il frutto delle esperienze che Elena stessa, in questi anni, ha maturato nelle Acli.

Quindi Elena, sarebbe interessante capire quale è stato lo sviluppo del Progetto nel Circolo, Punto famiglia di Villanova e in quale modo hai contribuito alla costruzione della rete territoriale?

Abbiamo uno slogan: “socializzare le generazioni, socializzando le istituzioni”, quindi quando la Professoressa venne a Viterbo, circa ventidue anni fa, ci chiese di provare a fare rete e noi ci attivammo con gli assessori comunali e provinciali di Viterbo. L’impianto della ricerca, l’approccio metodologico è stato fornito dall’Università e c’era necessità di chi, sul campo, potesse tradurre in azioni concrete questa progettualità. Dal principio, la risposta è stata di Acli e Caritas, con cui il gruppo di lavoro ha condiviso i principi ispiratori. Accanto a queste due realtà, abbiamo coinvolto anche la Confartigianato, l’Università della Tuscia, con la facoltà di agraria. Abbiamo messo a sistema dei nodi sul territorio che prima non dialogavano. Anche sul Lago di Bolsena si è ampliato il progetto, in contesti in cui sono presenti anche altri Circoli Acli, quindi si sta estendendo a macchia d’olio. Abbiamo anche il supporto della Riserva naturale Selva dell’Amone al borgo di Farnese. Attraverso la nostra iniziativa abbiamo trovato una convergenza con altri circoli delle Acli sul territorio, in particolare, con il Circolo di Viterbo Elio Murri e quello di Bomarzo, dove hanno anche la mescita.

Poi ti posso raccontare un po' di attività che sono state svolte tra il 2022 e il 2023, per comprendere nello specifico come si declina il senso della progettualità “Nonni e Nipoti” nel nostro Circolo/Punto famiglia, insieme alle attività per tutta la famiglia. Intanto abbiamo organizzato un evento in Chiesa per la festa dei Nonni coinvolgendo i giovani del progetto, oltre alla festa di Natale e di Carnevale; in collaborazione con le scuole, uno dei nostri maggiori impegni, oltre a quello della piantumazione degli alberi (boschetto diffuso), è quello degli orti diffusi (solidali, didattici e terapeutici). Per la giornata della fraternità abbiamo collaborato ad una giornata dedicata alla sostenibilità ambientale con dei laboratori rivolti ai ragazzi ed un concorso finale. Inoltre, abbiamo promosso un percorso intergenerazionale valoriale e di educazione ambientale, per mettere in luce come il legame tra le generazioni trova una sua dimensione autentica nello sviluppo di una sensibilità ambientale connessa al territorio abitato. Non sono mancati i percorsi di turismo intergenerazionale, tra natura e tradizione. Le nostre progettualità non si limitano al periodo estivo ma abbracciano tutto l’arco dell’anno.

Il viaggio continua….

CIRCOLO E COOPERATIVA ACLI ARCISATE (VARESE). L’UNIONE FA LA FORZA! UNA DOPPIA PRESENZA SUL TERRITORIO, CHE INSIEME AD UN GRUPPO DI GIOVANI, RISVEGLIA CULTURA E TRADIZIONI.

Le Acli ad Arcisate, in provincia di Varese, affondano le proprie radici in una lunga tradizione storica che le vede impegnate, già dal 1946, in due percorsi paralleli, quello associativo e quello legato alla fondazione di una cooperativa, nata ad ottobre dello stesso anno. Un sostegno economico, ma non solo, che affianca l’associazione nella strada della ricostruzione dell’immediato dopoguerra.

Alberto Brusa Pasquè è il presidente della Cooperativa Acli Arcisate, mentre Adriano Roman è il presidente del Circolo Acli di Arcisate. Alberto si sofferma su alcuni flashback nel tentativo di mettere in luce la trama che lega a doppio filo le strade di queste due entità distinte, che operano però sul territorio in modo congiunto.

“Siamo ormai giunti al Settantesimo della nostra storia”, dice Alberto, “io ho raccontato, anche in una occasione pubblica, in cui abbiamo festeggiato, qualche passaggio sulla vita delle nostre Acli qui”. Le Acli di Arcisate nacquero per espressa volontà dei cattolici e dell'allora Prevosto Don Cesare Bartolini. Fu lui stesso che fece costruire alcuni locali all'interno dell'Oratorio maschile (con ingresso indipendente) per installarvi la prima sede e per la vendita ai soci di generi di consumo, alle migliori condizioni possibili. Nasce anche il Patronato Acli, per stare vicino alle persone, ma anche per la questione dei frontalieri. Ben presto, sorretta dall'entusiasmo dei giovani e, in particolare, di alcuni reduci di guerra, questa iniziativa aclista trovò un ampio riscontro, al punto che, tali spazi, divennero meta di ritrovo, non soltanto ricreativo dopo il lavoro ma, anche e soprattutto, un luogo d'incontro per gli aclisti che vollero iniziare, a fianco dell'Azione Cattolica, la scuola formativa per i nuovi amministratori comunali e sindacalisti, contraddistinti sempre per i loro ideali e principi cristiani.

Quali sviluppi incontra la cooperativa Acli ad Arcisate?

Quando nel 1963, una parte dei fabbricati delle Acli lungo la Via Manzoni viene ricostruita interamente, si realizzano due appartamenti al secondo piano ed un ampio salone al piano terra, con gli spazi per un bar, trasformato in seguito in ristorante e un salone per accogliere le riunioni delle ACLI e di altre associazioni. Nel 1984 si inaugura, grazie al supporto delle Acli provinciali di Varese, la “mensa popolare”, che è stata in grado di fornire pasti a prezzi sociali agli operai e alle maestranze delle ditte di Arcisate e dintorni, per ben 14 anni, fino a quando non è stata dichiarata la cessazione del servizio, anche a causa della chiusura di due grandi aziende di Arcisate. I costi erano diventati insostenibili a fronte delle diminuite richieste. Dal 2001 al 2014 è stato aperto il nostro ristorante "Osteria Vecchia Arcisate" gestito dalla           socia Claudia Besana con la collaborazione, come cuoca, della mamma Silvana. Alla chiusura del ristornate, per valorizzare la tradizione e la cucina locale, è stato dato alle stampe il libro di ricette “La vecchia Arcisate”. Nel 2002, parte della cooperativa diventa la "Compagnia Teatrale dei 4 Venti", alla            quale è stato riservato un locale come sede e uno spazio per il deposito delle scene e delle attrezzature. Tutti gli anni portano in scena uno spettacolo per gli aclisti. Inoltre, nel 2007 ricordiamo il conferimento alla nostra Cooperativa ACLI del "Premio al lavoro e al progresso economico" da parte della Camera di Commercio di Varese, consegnato durante una cerimonia a Malpensa Fiere.

Dicevi Alberto, che il percorso della cooperativa è strettamente legato alla vita del Circolo Acli di Arcisate, in quali passaggi?

Il 2007 è un anno importante per la crescita delle Acli ad Arcisate con la nascita del "Gruppo Culturale            LA FORNACE", formato da un manipolo di giovani attivi che si mette insieme per offrire nuova linfa vitale al mondo culturale e del tempo libero per il paese. Si inaugura questa nascita con la serata dedicata al “Tesoro di Arcisate”, una serie di eventi culturali che continuano tuttora, con una decina di interventi l'anno, con grande impegno e successo. Cito i 3 eventi che sono entrati fissi in calendario: il Concerto di Pasqua eseguito dall'Orchestra dei "Piccoli Musici Estensi", nella nostra Basilica di S. Vittore, che si tiene a giugno; poi, "La Festa delle Arti, dei Sapori e della Cultura", al Parco della Lagozza e, infine, "Il Concorso Fotografico a tema" con tanto di giuria e premiazione. In passato, per il concorso fotografico sono stati affrontati diversi temi: l’acqua, l’aria e la pietra, lo sport; ad aprile 2024 abbiamo lanciato il tema dell’ozio e il suo significato positivo nei termini di opportunità, nella capacità di saper guardare alle cose con occhi nuovi. Insomma, ogni anno, grazie alla collaborazione delle Acli di Arcisate e di questo gruppo La Fornace e la Cooperativa Acli, si riescono ad organizzare una decina di attività nei campi più disparati. Dagli incontri sulle storie e le figure storiche di Arcisate come la Polveriera, Peppino Prisco, Ermanno Abbiati, Rosalina Neri, appunto il Tesoro di Arcisate ad altre manifestazioni come concerti, corsi di cucina e, il già citato concorso fotografico, il vero fiore all'occhiello.

Il Circolo ACLI di Arcisate ha organizzato un corso di formazione anche sulla cultura del vino, “DiVino”, articolato in cinque incontri e una visita presso una prestigiosa cantina. Le lezioni sono state tenute da docenti di ONVA. C’è stata anche una importante collaborazione all’organizzazione dell’evento “Festa arte sapore e cultura”, con concerti, laboratori per bambini e stand gastronomici.

Un’attenzione particolare è dedicata ai lavoratori frontalieri, per i quali abbiamo promosso un incontro formativo, in ragione del nuovo accordo fiscale che interessa i lavoratori italiani in Svizzera: un momento informativo dedicato alle novità legislative e fiscali, utile per gli aclisti che si trovano a spostarsi per ragioni lavorative oltre frontiera.

CIRCOLO ACLI “VET FOR AFRICA” (BOLOGNA). QUANDO I VETERINARI NON SONO SOLO VETERINARI: L’IMPEGNO SOLIDALE TRA L’AFRICA E BOLOGNA, DI UNA RETE DI STUDENTI E PROFESSIONISTI

Orientato alla formazione e all'educazione dei destinatari delle sue attività, il Circolo Acli “Vet for Africa” con sede principale a Bologna, ha aggregato professionalità varie del mondo della veterinaria, trasformando le proprie risorse in progetti a sostegno delle comunità in difficoltà, soprattutto dell’Africa. Arcangelo Gentile, già esperto di medicina del bovino presso la Scuola di Agraria e Veterinaria dell’Università di Bologna, è il suo presidente, ormai un veterano di iniziative e progettualità che hanno portato il Circolo ad espandersi, intercettando realtà differenti.

Arcangelo cosa puoi raccontare dell’inizio di questa avventura?

Nel 2003 ci siamo costituiti come associazione che raccoglie studenti e docenti della facoltà veterinaria di Bologna, insieme ad altri colleghi di ambiti diversi e comunque provenienti da altre parte dell’Italia. In effetti, non mancano soci con competenze varie, come biologi, laboratoristi, e altri, professionalità che, comunque, riconoscono nella centralità della sanità animale e delle produzioni animali un livello privilegiato per azioni di solidarietà.

L’impulso ad associarsi nasce all’interno dell’università, con l’intenzione di svolgere attività di carattere solidaristico, rivolgendo poi il nostro interesse verso la cooperazione internazionale in Africa. I progetti hanno riguardato all’inizio Tanzania, Etiopia e Burundi, dove partecipano direttamente gli studenti. Mentre a Bologna il nostro impegno si è concentrato su due versanti: quello della sensibilizzazione ai problemi legati all'immigrazione, con il sostegno ad un programma di formazione rivolto a giovani richiedenti asilo, provenienti dall'Africa; e quello dell’organizzazione di eventi e attività divulgative (seminari, conferenze, incontri) volti a "muovere" gli studenti (ma non solo) verso tematiche sociali di più ampio respiro e problematicità, quali la cooperazione internazionale, la conservation medicine, le malattie dimenticate e non (lebbra, AIDS, TBC), i conflitti, gli autoritarismi e le democrazie in Africa, le mutilazioni genitali femminili, la situazione delle carceri.

Il primo progetto ci ha portato ad Hanga, un piccolo villaggio del sud della Tanzania, con l’iniziativa chiamata "Un bicchiere di latte per i bambini di Hanga", che col tempo ha dato origine ad altre attività connesse. Nasce dall’opportunità di siglare un accordo e insieme ottenere la disponibilità di studenti disposti a sperimentare un’attività sociale e di solidarietà. Ancora oggi il progetto è attivo, dovrebbero recarsi nei luoghi di azione quattro studentesse, con un collega in pensione, prevedendo una permanenza media attorno ai due mesi. Lavoriamo su strutture zootecniche, sulla stalla dei bovini, sull’azienda agricola, lavoriamo sui polli, i maiali, sui pesci. Siamo in una azienda di bovini da latte presso l’Abazia Benedettina per monaci locali e il nostro obiettivo, da subito, è stato quello di migliorare le produzioni di latte (e formaggio quando possibile) per i bambini dell’asilo Sant Laurent, per la comunità monastica e per la commercializzazione nel villaggio.

In seguito a questo progetto ci siamo allargati e grazie al finanziamento della CEI abbiamo costruito la biblioteca del villaggio; poi è stata la volta di un dormitorio con il contributo di una Fondazione di una casa farmaceutica di Bologna. Inoltre, manteniamo in attività una scuola con le offerte che provengono da alcuni benefattori o da aziende farmaceutiche che ci offrono delle sponsorizzazioni. Questo, possiamo consideralo il nostro progetto principale, in piedi da oltre vent’anni, il più accessibile per gli studenti sul piano della sicurezza del villaggio, per la presenza di una adeguata logistica, e per via di tutta l’organizzazione ormai collaudata, ideale per i giovani che affrontano la loro prima esperienza in Africa.

Da cinque, sei anni è stato avviato un progetto in Etiopia, centrato più sulle capacity building, sulla formazione a livello universitario, con la collaborazione di diverse facoltà di veterinaria; iniziative per lo più finanziate dalla Regione Emilia-Romagna. Queste sono attività più strutturate che si muovono nell’ambito della cooperazione internazionale decentrata. L’attività si svolge in stretto raccordo con colleghi disponibili a svolgere attività formative. L’incremento di competenze dei giovani studenti, così come si aspetta il progetto, può avere un impatto determinante sulla crescita delle produzioni e la riduzione delle malattie del bestiame, fondamentale per il comparto zootecnico di quelle zone.

Qualche altro progetto ancora lo seguiamo in Burundi, andando a supporto di qualche ONG.

Vi occupate anche di attività di sensibilizzazione e formazione qui in Italia: in che modo?

Con un finanziamento della diocesi di Bologna ci siamo attivati per formare due richiedenti asilo sulla produzione di piccoli ruminanti e poi abbiamo costruito un piccolo caprile, nella facoltà, dove abbiamo inserito lavorativamente uno di questi ragazzi che si occupa della mungitura e poi vendiamo il latte. Per l’altro abbiamo trovato un altro impiego.

Molte delle nostre azioni ruotano attorno agli studenti e all’intenzione di inserirli in questo mondo e fargli vivere un’esperienza sia in Africa, che qui da noi. Siamo quattro o cinque docenti di veterinaria, supportati da altrettanti colleghi liberi professionisti o in pensione; inoltre, ci appoggiamo ad esperti di cooperazione internazionale, oppure a chi ha esperienza della Crocerossa, oppure ci appoggiamo al gruppo Veterinari senza frontiere Italia: io sono nel consiglio direttivo. Abbiamo costruito una rete e attorno ruotano gli studenti. Quando si collabora con gli studenti si mette in conto la possibilità di un ricambio: sono in una fase della vita in cui si laureano, scelgono strade diverse, offrono un supporto per le missioni e poi non sono più disponibili. Qualcuno collabora ancora, ma è difficile che restino. Dei legami restano però ci si fa l’abitudine. Alcuni li devi lasciare andare, fa parte del gioco.

I vostri rapporti con le Acli? Cosa pensate di avere in comune con le Acli?

Nel 2014 ci siamo affiliati alle Acli. Ad un certo punto è stata evidente la necessità di una maggiore strutturazione e abbiamo cercato delle opzioni. Nelle Acli ci siamo ritrovati nell’approccio e nella filosofia di fondo. Erano le più vicine come sensibilità, condividendo una cultura nell’ambito cristiano, e ci siamo affidati: non avevamo grandi dubbi è stato come naturale. La nostra rete è cresciuta in termini di visibilità, abbiamo ampliato i rapporti con la Chiesa, poi ogni studente è diverso, comunque non abbiamo mai avuto problemi. Come Circolo Aps potevamo promuovere iniziative di promozione sociale, del resto non potevamo dire di essere una ONG, nel vero senso della parola. Le azioni che svolgiamo qui a Bologna, affrontiamo temi trasversali non direttamente legati alla veterinaria. Almeno cinque o sette seminari di sensibilizzazione li svolgiamo nel secondo semestre: costruiamo una cornice in questi eventi formativi e divulgativi in cui è possibile dibattere con relatori importanti, eventi aperti a tutti. Quest’anno abbiamo coinvolto il direttore generale della climatologia, un cardiologo, insomma temi davvero disparati. Insomma, cerchiamo di amplificare il nostro contributo in Italia e su temi di promozione sociale.

Ora ci siamo divisi i compiti: io seguo l’Etiopia e con un ruolo di coordinamento mi occupo degli aspetti di budget, con un’attenzione a tutto, un collega in pensione di Padova che segue soprattutto la Tanzania e un altro che si occupa del Burundi. A fine settembre, sull’Etiopia, organizziamo un workshop di altissimo livello ad Addis Abeba sulle zoonosi (malattie trasmesse all’uomo dagli animali), con la collaborazione di un istituto italiano di cultura locale e con il ministro dell’agricoltura etiope. Io rappresento l’Associazione mondiale delle malattie bovine e stiamo organizzando un altro evento sulla buiatria (assistenza veterinari agli allevatori di bovini) e stiamo investendo molto come Vet for Africa, nei fatti è un congresso internazionale e dovrebbe portare molta visibilità.

L’iniziativa carina con cui voglio concludere è quella del Calendario degli studenti, un’idea dei ragazzi di cui vado molto orgoglioso. Alla fine, siamo noi a seguirlo un po', dato il ricambio degli studenti e non è molto aggiornato il sito dove poterli vedere i calendari, ma è una forma di racconto originale, ogni volta con un tema diverso. Continueremo a valorizzare questa attività.

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