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CIRCOLO “IGINO RALLI” SAN LEO (AREZZO). DA UNA STORICA EREDITA’, RINASCE UN PRESIDIO DOVE RINSALDARE I LEGAMI TRA LE PERSONE E CREARE OCCASIONI DI SOCIALITA’.

Emanuela Del Corto è la Presidente del Circolo “Igino Ralli a San Leo, nell’aretino, giunta al secondo mandato. Le Acli non sono nuove nella sua famiglia, dal momento che uno dei presidenti delle Acli provinciali di Arezzo fu proprio suo padre.

“La vera sfida quotidiana per i circoli Acli come per altri”, dice Emanuela “è riuscire a sopravvivere, in un mondo che sta cambiando e in contesti paesani dove si sconta la difficoltà ad intercettare i giovani. Il futuro passa attraverso il cambiamento e, spesso, non è facile riuscire a far passare nei diversi territori questo messaggio. Il nostro Circolo è una costola del cosiddetto Terzo Settore, che contribuisce “a fare tessuto” fra le persone. “Igino Ralli” è una delle più antiche realtà delle Acli di questo territorio ed è parte costitutiva dell’identità di San Leo degli ultimi decenni; un luogo, un presidio, dove è possibile trovare collettività, socialità, l’opportunità di rinsaldare legami tra i soci, ma non solo, direi tra le persone”.

Un po' di storia…..

Nasce nel 1948 grazie all’impulso di persone provenienti dalle famiglie di San Leo. Il Signor Tosi, possidente di una fattoria, decise all’epoca di destinare parte del suo terreno per realizzare fisicamente uno stabile destinato alle Acli: le famiglie del luogo hanno creduto in un progetto di collettività, dopo la guerra si sentiva il forte bisogno, pertanto, hanno contribuito con la fatica e l’opera delle proprie mani a edificare questa struttura, senza nessuna competenza specifica per quel che riguardava le costruzioni. Ciascuno ha offerto quel po' che poteva, sapendo di destinare quel luogo alla tessitura di rapporti che il conflitto aveva logorato, uno spazio per ricomporre la propria identità. Il legame famiglie e territorio si consolida a partire da questo percorso. Nel 1978, il Signor Tosi, divenuto parte di questa esperienza a cui diede forte impulso, ha deciso di donare, con un atto formale, lo stabile e il terreno circostante al Circolo Acli di San Leo. Questo significa, nei fatti, che, ad ogni rinnovo della tessera, ciascun socio, è proprietario in quota parte dell’immobile. Affrontiamo, quindi, le spese legate alla gestione dell’immobile e, mi hanno raccontato, che esistono solo due casi di questo genere in Italia come Acli. Tuttavia, non dobbiamo pagare un affitto e questo non è di poco conto.

Al Circolo è stato dato il nome di “Igino Ralli”, un nipote di mia nonna, un promettente studioso laureato all’università di Firenze negli anni dopo la guerra, di cui tutti riconoscevano il talento. Negli anni Cinquanta si ammalò di tisi, morendo all’età di trentaquattro anni. Mio padre, uomo capace e lavoratore, aveva un’attitudine nello studio, quindi le famiglie Del Corto, di origine poverissima, riunite, sostennero che se fosse stato garantito a lui il diritto allo studio, lo stesso avrebbero potuto fare i fratelli. Il diritto alla scelta doveva valere per tutti, fu così che le famiglie ottennero due laureati. Queste storie sono impresse nella realtà del Circolo in questo territorio che vanta una eredità importante.

Dopo una prima fase improntata all’aggregazione e alla socialità, Il Circolo “Igino Ralli” ha subito delle battute di arresto?

Vedi, essere associazione significa dare un pezzo di noi agli altri, eppure in molti casi accade che ciascuno rischi di interpretare il Circolo come una “proprietà privata” e mi scuso se mi permetto di dire questo, ma ciò avviene quando primeggiano figure di gestori che monopolizzano le attività. Il Circolo è stato vissuto e percepito in modo erroneo come un qualcosa di proprietà. Io ho dato uno stampo diverso fondato sulla collettività, un concetto non sempre facile da digerire, e io ho voluto ristabilire delle regole, improntate all’onestà e alla trasparenza, più o meno condivisibili. Su questo approccio ho lottato e puntato tanto, ristabilendo anche un legame con le Acli provinciali, rapporto un po' offuscato nel tempo. La mia è stata una battaglia complicata, forse, anche perché ingaggiata dalla prima presidente donna, poco conosciuta personalmente, ma solo attraverso l’appartenenza familiare: ero un’incognita.

Ho ereditato il Circolo nel 2020, investendo subito in un recupero dell’immobile che era stato un po' abbandonato a sé stesso e in disfacimento. La domanda è stata: “torneranno le persone a frequentare il Circolo?”, dopo la parentesi del Covid. Per sopravvivere bisogna essere credibili. Allora ho preso l’HCCP, mettendo tutto in regola e ho messo insieme anche un gruppo delle “freccette” che viene a giocare qui. Quello che il Circolo mi dà lo devo restituire, se manca il senso di comunità non ha ragione di esistere. Io rappresento 350 soci sul territorio aretino, con uno dei circoli più strutturati del territorio e vorrei dire che non ho trovato da parte dello Stato il supporto che mi sarei aspettata per il Terzo Settore. Partecipare ai bandi di sostegno è molto complicato, a causa della burocrazia, accedere è una corsa ad ostacoli. Di certo, non ci si può improvvisare, come presidente di una struttura come la nostra, ma per realtà piccole come le nostre è una strada in salita. Le responsabilità del presidente sono cresciute moltissimo. Io suggerisco l’elaborazione di un vademecum da destinare ai presidenti di Circolo entranti, così da essere puntualmente informati su tutte le incombenze che attendono un nuovo presidente.

Quali sono le principali attività che svolgete?

Per il nostro nuovo consiglio ho voluto puntare su delle persone fidate, in cui ho creduto e grazie al loro apporto, anche fisico, mandiamo avanti il Circolo. Ciascuno ha delle competenze diverse, che mette al servizio delle attività. Abbiamo intercettato e coinvolto un gruppo di donne che, attraverso il proprio lavoro a maglia, hanno offerto un contributo alla costruzione “dell’albero dell’amicizia”, volendo portare in questo mondo un messaggio di pace e di speranza per il futuro. Ci sono soci, non giovanissimi che vengono a giocare a carte, e grazie al supporto della Fap, abbiamo realizzato un breve percorso di quattro incontri, rivolto ai pensionati, riguardo l’alfabetizzazione digitale e il funzionamento dei sistemi informatizzati bancari. Inoltre, il Circolo ha partecipato a degli incontri sul territorio con altre realtà, considerando che rientriamo nell’insieme di quei quartieri che organizzano la “Giostra del Saracino”, un tradizionale torneo cavalleresco che, ancora oggi, riporta la città di Arezzo ai fasti del suo più fiorente Medioevo. Noi abbiamo in proposito organizzato una serata illustrativa per mostrare come opera il quartiere, con il quale abbiamo un legame.

Le Acli provinciali hanno vinto un bando per far conoscere delle figure femminili nella storia, passata e presente e noi abbiamo partecipato ad una serata di cineforum, presentando il personaggio di Madame Curie, veicolando un’immagine al femminile di grande portata sul piano scientifico.

Tramite la Confcommercio, che intendeva scommettere su alcuni commercianti di San Leo, per valorizzare degli spazi della città meno vivi, è stata organizzata una festa del Paese, facendo aderire un misto fra realtà economiche e associative del territorio. Quest’anno volevamo presentare il panino con la salsiccia e cipolla caramellata e ci siamo costruiti la griglia, in particolare l’ha realizzata mio fratello, per rappresentare questo panino a base di maialino del Cosentino, prodotto di qualità eccezionale. Tutti i soci hanno preso l’HCCP e, a norma di legge, ci siamo adeguati. Si è trattato di una scommessa grossa per noi, per i soci, ma volevamo presentarci in modo dignitoso, anche se la cosa era un po' più grande di noi: abbiamo dato da mangiare a circa 500 persone. Quando ho consegnato i “grembiali” ho detto ai miei collaboratori che, in una simile occasione dovevamo essere riconoscibili dagli altri e che, al contempo, stavo consegnando loro un oggetto capace di riflettere una storia di cui andare orgogliosi, quella del nostro Circolo.

Per proseguire con le nostre attività, devo ricordare che accanto a noi, si trova una sorta di casa-famiglia. Una struttura di proprietà di una donna che, all’epoca, accoglieva una ragazza disabile e alla sua morte ha deciso di vincolare l’immobile all’iniziativa del “Dopo di noi”. Quindi, in questo luogo si ospitano persone con difficoltà, ma non necessariamente disabili, con il contributo del comune, dove diverse associazioni si occupano della gestione complessiva. Tra gli ospiti, alcuni rimangono in struttura e altri tornano a casa, quelli che possiamo considerare più autonomi sono diventati nostri soci. Noi crediamo in questo progetto e abbiamo voluto, più o meno d’accordo tutti, che parte delle nostre entrare venisse devoluta a questa realtà. I ragazzi vengono da noi, ad esempio, per vedere la partita e per mangiare un panino: questo anche è fare inclusione.

I Circoli, come il nostro, che sono satelliti della città, rischiano di perdere la loro identità e non sempre si riesce a far convivere culture e identità diverse. Tenere aperto un Circolo è una scommessa. Almeno noi alle Acli di Arezzo abbiamo dei riferimenti che ci supportano, li abbiamo vicini. Credo che sia una scommessa per cui però ne vale la pena.